martedì 22 maggio 2007

caos calmo

Il titolo è perfetto per questo bizzarro andirivieni, in un parcheggio davanti a una scuola, di personaggi ai quali cerchi di dare un significato e che invece passano e vanno senza che possano dare una svolta concreta alla storia. Ed è perfetta per questa storia la parola che ho trovato nella recensione al romanzo sul sito degli architetti di Roma (?): entropia. Diamine, ho pensato, è vero: questo romanzo racconta un po’ di quel lento e impercettibile aumento dell’entropia che avviene inesorabile a spese del nostro universo ordinato e strutturato e a spese del significato secondo il quale le molecole sembrano disporsi.
Volevo anche dire, sentendomi molto acuta e colta, che Caos Calmo comincia come L’amore fatale di Ian McEwan e prosegue come se fossimo in un romanzo di Ian McEwan, ma mi è bastato aprire la prima recensione nell’ordine che mi propone Google per sapere che questa cosa l’ha già detta qualcun altro (Antonella Cilento).
L’ambiente sociale della storia forse è veramente troppo alto? Certo non ci si sente proprio bene quando gli unici personaggi nei quali ritrovarsi sono le povere mamme di Gorgonzola descritte in maniera impietosa: non badano alla linea, vestono sciatto, non sono abbronzate anzi hanno addosso l’inconfondibile marchio della periferia; beh, Veronesi, se metto insieme questa con quella in cui dichiari che tutte le post quarantenni dovrebbero vestirsi con il tailleurino, ho un prurito alla lingua che mi verrebbe da mandarti a quel paese. Per fortuna ti riscatti un po’ poiché, anche se dai per tutto il libro della “culona” a una donna, decidi anche che proprio quel particolare anatomico si faccia simbolo e protagonista.
Ma a parte gli scherzi, non sono più così sicura che la scelta di un ambiente alto-borghese di moda e televisione sia così poco rappresentativo di una fascia enorme di lettori: a guardarsi intorno, le persone, quelle comuni, quelle al supermercato sotto casa, sembrano vivere immersi sopra le loro possibilità nella vita che viene raccontata ininterrottamente dalla pubblicità alla televisione al locale trendy sotto e poi di nuovo dalla pubblicità al negozietto in franchising che sembra venderti l’appartenenza a un universo piuttosto che uno straccio di maglietta.
D’altra parte, se quello che vediamo dipanarsi fra le pagine è sindrome di Peter Pan, incapacità di elaborazione del lutto, disordine silenzioso, mancanza di senso nei rapporti fra le persone, l’ambiente doveva essere quello di uno che vive a via Durini 3 piuttosto che a Corvetto.
Anche se a via Durini 3 praticamente non ci andiamo; perché la scelta di Milano vale, mi sembra, solo come antitesi del ritorno a Roma, della perdita di Roma; perché la Milano come la vediamo noi che ci viviamo tutti i giorni in questo libro proprio non c’è.
A me il libro è piaciuto molto; la verità è che io continuo a vivere, proprio così continuo a vivere da qualche anno, fusioni in ufficio e sono grata per aver trovato nel romanzo alcune profonde riflessioni, alcune piccole verità. Serve solo a sentirsi un po’ meglio, forse. Serve a una fugace gratificazione, una specie di carezza sulla testa che ti dica che quella rabbia che si alterna allo scoramento è un sentimento legittimo, se ha trovato posto in un romanzo di moda.
Romanzo di moda, un pochino: ogni tanto ti sembra che stia lì, appiccicato con il post it, un riferimento troppo contingente, un episodio troppo piccino, una fatterello che c’entra poco, come è uso in molti romanzi di nostri contemporanei.
MI sento però di dire che, diversamente da alcune osservazioni lette, la scelta di mandare il collega genio e trombato dalla fusione a fare il missionario non è così superficiale quanto potrebbe sembrare. Bisogna viverlo lo sgretolamento delle certezze professionali alle quali hai sacrificato quasi tutto. Bisogna viverlo quel vuoto improvviso, sapendo che sei troppo vecchio per cercare di reinventarti di essere qualcosa di diverso da un funzionario che non serve più a nessuno. E la prima idea cui ti aggrappi, lo giuro, è quella di voler essere il più utile possibile a dispetto di una macchina impersonale che ti rende inutile di colpo. Il più utile. Fino al gesto romantico.

3 commenti:

Francesca ha detto...

Quando ho finito di leggere quel libro ho provato proprio quella famosa sensazione di spaesamento come se avessi voluto che andasse avanti per altre 500 pagine..e devo ammettere anche una certe infatuazione per il protagonista anche se spesso mi stava abbastanza sulle scatole (infatuazione in piena regola quindi). All'epoca non vivevo ancora a Milano e la riflessione sulla città non l'avevo fatta, adesso leggendo la tua penso che sia molto giusta.

Cletus ha detto...

ho trovato, per caso, la tua recensione in calce alla mia su vibrisse, bottega di lettura, e a seguito del link, sull'ultimo di Veronesi, Brucia Troia, sempre da me li recensito. L'ho trovata molto acuta, e mi piace molto. Mi piace leggere di altre letture, quasi che, leggendole, riscopra il piacere di un confronto fra altre impressioni. Grazie ancora
Cletus

ilse ha detto...

grazie cletus,
leggere è meraviglioso
confrontarsi con altri lo rende ancora più vitale