martedì 29 giugno 2010

cado dalle nubi

Molto deludente: frizzante ma con temi comici di una banalità sconcertante. Finge di giocare con gli stereotipi per frantumarli e azzerarli ma in realtà se ne nutre.
Il tema del terrone che “sale” e trova l’amore, dopo Ricomincio da tre, non si può più usare.
Milano così bella non s’è mai vista: Navigli come lungofiumi assolati e romantici, colonne di San Lorenzo animate di musica, piazza della Scala come un giardino viennese, mah!
Le mozzarelle e le orecchiette si trovano più a Milano che a Bari.
I pugliesi di Milano sono una forza reale e propulsiva nel mondo del lavoro e della politica.
Il contrasto, la lontananza fra i due mondi fanno riferimento a una situazione anni sessanta, ché anche l’uomo della strada capisce che il problema della cosiddetta Padania in contrapposizione al sud è molto più articolato, burocratico, falsato, non riferito alle realtà condominiali quotidiane.
Il film in quanto tale proprio non esiste.
C’è solo la forza di Checco Zalone, la sua mimica, il suo linguaggio, la sua verità nelle situazioni di contrasto macchiettistico terroni-padani di fronte alla quale qualche sghignazzata a voce alta alla fine m’è scappata.

venerdì 25 giugno 2010

Sul banco dei cattivi

Imperdibile per chi si nutre di narrativa italiana contemporanea.
Troppo cattivo Ferroni con Baricco che con I Barbari ha fatto invece una operazione culturale pregevole. Però la critica a Seta è brillante, se fossi Baricco mi sarei divertita a leggerla.
Sottoscrivo Onofri che contesta una certa aurea che aleggia intorno a Niffoi e Erri de Luca e distrugge la Santacroce.
Interessantissimo, ricco di spunti, La Porta sul “giallo” nostrano: da rileggere e prendere appunti.
Berardinelli parla a Scarpa e dice delle cose che, leggendo i romanzi di Scarpa che precedono Stabat Mater, abbiamo pensato in molti.

martedì 22 giugno 2010

Le lune di Giove, Alice Munro

Alice Munro non mette di buonumore, soprattutto se sei donna, non tanto giovane e con una discreta inevitabile consapevolezza, un che di sconfitta.
Le lune di Giove sprofonda in una malinconia elegante e senza speranza: siamo così perdenti noi donne in questi quadri, sembriamo così inutilmente girare intorno ai nostri sogni di cui si è alimentata l’energia che abbiamo elargito.
In questi racconti cristallini succede tanto poco, a volte quasi niente. Sono momenti, apparentemente banali, vite qualunque. Eppure il gesto, la parola, il pensiero modesto, la leggerezza delle persone sembrano invece, sotto una ispirazione potentissima, illuminarsi di significato, contenere esistenze profonde che si incastonano l’una nell’altra.
Narratrice perfetta.

giovedì 10 giugno 2010

Maratona Macondo a Milano, Lella Costa a Babele, la mia gioventù

Sono dovuta rientrare in ufficio.
Ieri e oggi. L’ho fatto così malvolentieri. Sotto le arcate della Loggia dei Mercanti le poltroncine erano comode e, magia magia, l’aria filtrava da un lato all’altro regalando addirittura folate e frescura. Voci e volti conosciuti e sconosciuti si stavano passando il testimone della lettura di Cent’anni di solitudine, ad alta voce, praticamente in mezzo alla via, la meraviglia delle parole fra schiamazzi e volti corrucciati che si affrettano a raggiera.
E io stavo dimenticando dove fossi, catturata di nuovo nel gorgo di una favola strana, pulsante, maledetta. E dimenticavo soprattutto il quando, il desolato quando in cui sto lasciando finire la conta dei giorni.
Era “vent’anni fa o giù di lì” ed ero giovane, dio quanto giovane, leggevo Repubblica avidamente, guardavo la televisione, la Raitre di Gugliemi. C’era Babele irrinunciabile. E dentro Babele l’appuntamento ogni volta con un ospite diverso che portava con sé un libro amato. Ci fu Lella Costa una volta e portò Cent’anni di solitudine. Non è che mi ricordi davvero che cosa disse. Ma fu piuttosto convincente, direi, coinvolgente, ne parlò con calore, con quella indefinibile passione, con quel sorpreso piacere che sentiamo quando un libro all’improvviso fra tanti ci riconosce.
Me lo procurai e lo amai. Posseduta dal circolo chiuso dei suoi nomi e della sua follia, mi convinsi a dare i nomi di famiglia ai figli che poi arrivarono, mi cercai intorno la mia Macondo. Era tutto diverso, tutto doveva accadere, prima del ’92.
Poi però arrivò la coda di maiale.

mercoledì 9 giugno 2010

il saggio finale della scuola di danza alternativa

Prendono venti bambine in età di scuola materna e le buttano su un palco con un costumino bianco molle. Fanno andare la musica a palla e spengono le luci. Le bambine vagano a caso. Le più diligenti copiano fuori sincrono i gesti della maestra nascosta sotto il palco. Una furba si incazza e si siede nel bel mezzo, rifiutandosi di partecipare; un’altra la abbraccia per solidarietà. Le altre vanno avanti scavalcandole.
In che senso questa è una scuola?
Quelle di scuola elementare sono su di un livello solo perché tutte almeno mostrano di sapere che stanno facendo parte di una coreografia; la loro capacità di coordinazione è però minima; la maggior parte si distrae, saluta fra il pubblico, copre gli occhi per via delle luci forti, scambia parole con le vicine.
Credo che avrebbe fatto molto più spettacolo metterle lì ferme solo un minuto e farle alzare anche solo un braccino ma, diamine, tutte insieme, stop: che bel quadro sarebbe, un costume colorato e un solo movimento, uno solo, ma coordinato e all’unisono. Meglio di questi quarti d’ora abbondanti di passeggiate, una specie di ora d’aria sul palco di fanciulle in fiore.
Ho provato tenerezza per la grassottella: ci provava a fare la candela, cento volte si dava lo slancio ma poi le gambe ricadevano a caso, l’addome rotondo e inerte. Invece poi in piedi era quella con più senso del ritmo e riusciva a saltellare bene lateralmente per esempio mentre le altre finivano col girarsi e zampettavano confusamente. La più magra soprattutto pareva un legnetto fratturato in più punti che roteava senza senso le lunghe braccia filiformi.
In che senso questa è una scuola?
E soprattutto, in mezzo a tante bambine, perché alla fine dieci minuti di esibizione di una maestra, in costumino a fior di sedere e chiappe esposte?