lunedì 27 dicembre 2010

viva l'italia e happy family

Tra natale e santostefano ho terminato la lettura del libro di Aldo Cazzullo. Non si può farne una recensione. Non è un romanzo e non ha alcuna velleità letteraria. E’ un libro di storia, di lettura scorrevole e, a tratti, appassionante. Non so se l’obiettivo fosse convincerci che valga la pena ritrovare in se stessi un po’ di amore patrio. Con me non c’è riuscito. Ho superato il punto di non ritorno.

Poi ho anche guardato Happy Family di Salvatores. Sono andata subito a cercare le recensioni in rete per capire che cosa non avevo capito e non ho capito. A me è sembrata una boiata pazzesca: un vuoto ben confezionato. Neanche mezza risata: le battute di Abbatantuono? Le mossette di De Luigi? E poi io ci abito a Milano e a che serve ridisegnarla con il computer per farla apparire bella e luminosa, a chi serve questa finzione?

per fortuna natale è andato

venerdì 10 dicembre 2010

nel mare ci sono i coccodrilli, fabio geda

Ho finito di leggere Nel mare ci sono i coccodrilli in piena notte. Non è molto diverso da Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani. Ha questa forza leggera, questa freschezza, questa volontà, questo sorriso nella tragedia, questo valore aggiunto rispetto ai polverosi drammi borghesi nei quali si accartoccia la nostra migliore letteratura, questo valore aggiunto che è semplicemente un livello più alto dell’orizzonte sul quale posare lo sguardo.

lunedì 6 dicembre 2010

la vita oscena, aldo nove

Nella terra di mezzo fra poesia e racconto Aldo Nove dà voce a ricordi spezzati, frammenti di immagini di infanzia, infinito dolore. Che possiamo saperne di che cosa voglia dire la condizione di orfano, noi che, coetanei dell’autore, abbiamo invece avuto genitori modesti e soffocanti, banali e presenti, dei quali abbiamo fatto e facciamo tuttora fatica a liberarci?
La prima parte del breve romanzo ci lascia quindi muti e rispettosi, in ascolto.
A un certo punto però la disperazione dell’io narrante comincia a scegliersi strade autodistruttive e il racconto diventa il resoconto di una liturgia “maledetta”: droga per morire, sesso per distruggersi.
Ora, va detto che nell’epoca del “bunga bunga” istituzionale e del porno amatoriale a portata di mouse in tutte le case, non saranno certo i quadretti quasi comici di triangoli sadomaso, di prostitute grasse e puzzolenti di ragù, di coppie annoiate e di quelle due o tre classiche variazioni sul tema dell’inserimento che potranno ormai, non dico scandalizzare, ma neanche provocare un brividino di partecipazione carnale. Allora il lettore è costretto a sfrondare, si libera delle immagini hard come da fastidiosi sovrappiù e cerca nei piccoli capitoli un senso ulteriore nascosto sotto lo sperma che cola a fiumi e che cosa trova? Non saprei.
L’intento dell’autore era quello di offrire un catalogo spoglio e una associazione fra fruizione della merce e fruizione del piacere? E’ uno spunto che resta un po’ vago.
L’idea portante, ossia quella di una sorta di discesa agli inferi con relativa palingenesi, non si sviluppa, non si capisce il punto di non ritorno che provoca la risalita, probabilmente cripticamente affidato alla visione allucinata di un parto.
Così restano l’empatia per la sofferenza, l’apprezzamento per il poeta, l’immutata fiducia per il vertiginoso autore di capolavori come Amore mio infinito, ma una certa freddezza per questa piccola opera. Per giunta, questa idea di un io narrante che vuole morire ma prima si fa il giro delle sette chiese del sesso sfrenato l’avevamo già vista in un romanzo di grande spessore proprio da parte di un autore molto vicino ad Aldo Nove, ossia in Che cosa hai fatto di Raul Montanari. Chi ha passato l’idea a chi?

mercoledì 24 novembre 2010

sinistra e destra

E’ di sinistra:
Pensare che il valore dell’essere umano nasca nel momento stesso in cui nascono il corpo e la sua fisiologia e che la fisiologia dei corpi umani sia identica e pertanto identico il valore di tutti i corpi e di tutti gli essere umani, indipendentemente da qualche diversità contingente nei tratti somatici.
Non credere al destino e credere che se il caso ti ha fatto nascere ricco o povero, bello o brutto, figlio di re o nipote di bracciante, ecco... te ne puoi fregare e provare a cambiare.
Desiderare che le capacità, l’impegno e il sacrificio conducano a un premio, ma pensare che anche la persona che non ha potuto o voluto mettere capacità, impegno e sacrificio deve avere comunque da mangiare, le medicine e un tetto sulla testa.
Vergognarsi di avere di più, anche se hai fatto di tutto per meritartelo.
Essere curioso delle storie degli altri e non sentirsi a posto con la coscienza se sono storie cariche di dolore.
Essere libero dal desiderio del lusso.
Non doverti presentare specificando da quale famiglia vieni.
Non dovere per forza difendere le tue origini e la tua terra anche se ti non ti hanno dato nessuna felicità, ma è di sinistra anche non dovertene per forza vergognare.
Non capire che gusto ci sia ad essere primi in una competizione sportiva, una gara fine a se stessa.
Commuoversi per la storia dell’uomo e credere che scienza e arte e letteratura servano il progresso e che progresso significhi che il maggior numero possibile di persone possano vivere nel minor disagio possibile.
Pensare che non esistono modelli di comportamento perfetti ma che stiamo tutti andando avanti da qualche millennio a questa parte per tentativi, dubbi e scambi di esperienze. Qualcuno chiama questo relativismo: infatti, perché no?
Avere così tanto a cuore il rispetto per l’altrui opinione che si finisce per ingessarsi in un dibattito inconcludente.
Non riuscire a capire come si possa arrivare ad amare un leader carismatico, un re, un imperatore.
Trovare insopportabile la solitudine e combatterla provando a sentirsi parte di una comunità il più larga possibile.


E’ di destra:
Guardare alla storia dell’uomo più guardando al passato che al futuro.
Pensare che il posto e la famiglia in cui nasci segnano definitivamente quello che sei.
Pensare che provare a cambiare quello che sei non sia un diritto ma un cammino faticosissimo e che qualcuno altro, cui dovrai eterna riconoscenza, dovrà decidere se te lo meriti oppure no.
Credere che le capacità, l’impegno e il sacrificio debbano condurre a un premio, anche se questo può creare disagio o infelicità ad altri.
Essere orgogliosi di avere di più, se hai fatto di tutto per meritartelo.
Non avere bisogno di conoscere le storie degli altri e occuparsi con grande impegno della propria.
Pensare che il lusso è bellezza e come tale va goduto.
Essere pronti a difendere la propria famiglia, le proprie origini, la propria terra anche se non ti hanno dato felicità, perchè rinnegandole non sai più chi sei.
Voler vincere tutte le sfide.
Commuoversi per la storia dell’uomo e credere che scienza e arte e letteratura servano il progresso e che progresso significhi che qualcuno, anche pochi, possa stare il meglio possibile.
Pensare che masse innumerevoli di persone vadano tenute in ordine attraverso la fissazione di alcune regole di comportamento perfette, senza preoccuparsi di capire bene perché siano perfette.
Desiderare di essere migliori e, quando si crede di aver trovato quello che si vorrebbe essere in un’altra persona (un leader carismatico, un re, un imperatore), amarlo.
Non credere in una seconda possibilità.
Trovare insopportabile la solitudine e combatterla affiliandosi a un gruppo ristretto di uguali.

lunedì 8 novembre 2010

quando un uomo...

... con la penna incontra un uomo con il fucile, quello con il fucile è un uomo morto.

Sii bella e stai zitta. Perché l'Italia di oggi offende le donne, Michela Marzano

Il libro di Michela Marzano mi ha stupito per la sua semplicità: chissà mai perché mi aspettavo un mattoncino da leggere con fatica! L’autrice ripercorre in poche pagine alcune idee di base con riferimento alla questione femminile, racconta qualche concetto filosofico, richiama velocemente avvenimenti e linee di pensiero che hanno costruito nei decenni passati la storia del movimento femminista. Abbassa il tono fino a comprendere note vicende di attualità e squallidi panorami italici di mancate pari opportunità, sconfina in una brevissima quanto precisa analisi del porno, cita anche problemi interreligiosi sulla questione femminile.
Insomma è un testo molto divulgativo, quasi scolastico.
Chi ha la mia età può restare deluso, sembra quasi di avere a che fare con un bignami del femminismo, tanto scontate appaiono alcune affermazioni alla luce delle cose viste, dette e date per acquisite tra i tardi anni settanta e i primi anni novanta.
Ma, ahimé, si fa in fretta a capire che il problema non è il contenuto quasi banale del libro (dove anzi la linearità espositiva e la chiarezza sono doti preziose) ma la triste necessità cui siamo tornate a dover ripartire da idee di base, questioni che credevamo consolidate per sempre.

Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, Fabio Geda

Come può nascere la passione per il nostro personale eroe letterario? O dei fumetti? O del cinema? Perché qualcuno ce ne ha parlato, o ci ha prestato il libro o il fumetto in un momento particolare e importante, forse di svolta, nella nostra crescita. Così anche Emil ha il suo eroe: Tex, che non gli ha, a dire il vero, fatto solo compagnia, dato che una montagna di fumetti di Tex ha fatto da coperta nel deposito nel quale Emil e suo papà hanno dovuto star nascosti al freddo e senza cibo, nel corso del loro approdo clandestino al di qua della società del benessere.
Vivace e appassionante come deve essere un romanzo per ragazzi, questo libro NON è un storia sociale e strappalacrime sull’infanzia difficile e violata, perché il protagonista è anche un ragazzino difficile e violato ma è soprattutto un Oliver Twist postmodernista, coraggioso, paneuropeo e pop.
Echi di Pennac, passione alla Qualcuno con cui correre, bel gioco narrativo di rimando tra la voce narrante di Emil e la voce narrante dell’architetto, con il contrasto, forse un po’ manicheo, fra il futuro multietnico straccione e la glaciale opulenza solitaria ripiegata sui propri lussi e vizi.
Torino, Berlino, Francia e Madrid, profughi, tossici, cani e bambini, fotografi, mongolfiere, giocolieri e simboli di pace: forse troppa ingenuità, forse troppo ottimismo, ma il mondo là, fuori dai nostri comodi e ammuffiti appartamenti, può essere interessante e quasi bello.

martedì 2 novembre 2010

toy story 3

sì, ho pianto

robin hood, ridley scott

Robin Hood della coppia Crowe/Scott è evidentemente un rifacimento, una specie di puzzle di cose già fatte da loro stessi e da altri. Quindi forse una operazione solo commerciale per andare sul sicuro? O una operazione culturale postmodernista?
La cosa che mi ha deluso di più: la preponderanza abnorme del protagonista rispetto ai comprimari che veramente non esistono. La cosa che mi ha deluso di meno: la ricostruzione del contesto (costumi, oggetti, paesaggi...)
E’ come se il regista si fosse divertito ad esaurire il suo privato desiderio di girare delle scene di guerra (questa volta medioevali, con tanto di assedio sotto il castello) e avesse lasciato a Crowe tutto il resto, cioè l’autocelebrazione.
Boh!

venerdì 29 ottobre 2010

il coro serale degli adulti

Loro hanno volti garbati,
qualcuna sciarpetta di seta,
montature brillanti,
odore di crema fresca
pro-age.
Hanno la fretta di chi ha il giorno svuotato,
bambine felici di essere ascoltate.
Quasi saltellano.
Piace dire dove sono nate,
non quando.
Piace dire credevo di non essere capace,
per sentire la carezza di “non è vero”.
Piace dire lo dice mio figlio,
piace dire ho un figlio.
Sulla soglia per poco
ho tempo forse di restare fuori:
la mia sciarpa ha un colore giovanile
e la porto annodata!
Ma la stanchezza mia è la prima
a posare sulla sedia di plastica grigia.
La maestra ha il tono dell’asilo,
poi ci fa respirare.
M’esce un sorriso Deniro alla fumeria d’oppio.

mercoledì 27 ottobre 2010

Tutta un'altra musica, Nick Hornby

Fa così lui: sceglie dei temi contemporanei e occidentali, temi sui quali altri autori costruirebbero delle spesse storie introspettive, temi che ci prendono e sui quali magari avremo già speso preoccupazioni, a volte perfino lacrime. Poi ci fa sopra una commedia, leggera ma mica tanto, con qualche affondo sociologico ma sempre sul filo del sorriso e del non prendiamoci troppo sul serio. Il risultato, soprattutto all’inizio, è divertente, molto divertente.
La leggerezza si accompagna comunque all’intelligenza.
Il finale della storia sembra proprio non esserci, perché di fatto il dramma a un certo punto sembra annacquarsi fino a scomparire. Semplicemente da un quadro iniziale si passa a un quadro finale, con le tesserine del puzzle ricompattate in un modo diverso, ma compatte ancora.
E’ bravo. Si legge bene. Si passano delle ore piacevoli con il libro in mano.
Però a lungo andare resta in bocca un sapore di artificioso, di confezione.

mercoledì 20 ottobre 2010

assenza

...nell'assenza mi trasformo in creatura di passione, giacché la mia anima è passionale, e l'Assenza è il paese dell'Anima...

Marina Cvetaeva

martedì 12 ottobre 2010

Prospettiva Lenin, Anton Antonov (?)

Potrebbe essere una storia di spionaggio, ma manca di azione.
Potrebbe essere un romanzo di formazione, ma manca di profondità psicologica.
Potrebbe essere un libro di storia, ma è troppo affrettato.
Potrebbe essere un atto d’amore verso la Russia e, sì, un po’ ci riesce a comunicare rispetto e anche un pochino di pathos (soprattutto quando il giovane studente visita San Pietroburgo, o quando la spia in disarmo vive affianco ai derelitti del triste condominio moscovita).
Potrebbe essere una tesi politica ma è molto, molto ambigua e non se ne viene facilmente a capo.
Non è un gran libro se visto come opera letteraria, però è interessante e scorrevole.
Tutto sommato vale la pena delle poche ore di lettura che chiede.

lunedì 11 ottobre 2010

L'ubicazione del bene, Giorgio Falco

Rispetto a Pausa caffè Falco sembra aver lavorato ulteriormente sullo stile, ottenendo, secondo me, un equilibrio migliore fra racconto, scarnificazione della frase e straniamento del contenuto: il risultato è superbo, gli echi del minimalismo e del postmodernismo sono molto presenti, ma Falco li fa propri in un libro di integrità formale e profondità di sostanza superiori alla media.
Gli ingredienti delle storie del sobborgo neobenestante (fragilmente benestante) di Cortesforza sono quotidianità organizzata fino al surreale, miti di plastica, vuoti riempiti di nulla, burocratese commerciale ripetuto come una buffa litania a ottenere un effetto di svuotamento di senso e atona disperazione.
Cortesforza è un paesaggio spirituale talmente diffuso che si fa quasi fatica a leggere per la vergogna di riconoscersi in molti stupidi miti, in quella liturgia di beni, di cose, di case, di passaggi obbligati, di oggetti che si è impadronita delle nostre vite, noi stessi consapevoli e in corsa per raggiungere questo stato di incolore desolazione, questa privazione di passioni che è spesso la vita di noi figli del benessere occidentale, diventati grandi con il marketing.

giovedì 7 ottobre 2010

Chi ha ucciso Sarah... a Chi l'ha visto

Lo scoop televisivo/giornalistico del decennio: essere collegati in diretta con la casa dell'assassino e giocare con il detto e il non detto inquadrando un gigantesco primo piano di una donna alla quale dire: "Loredana ti ha lasciato", pardon, tua figlia è stata ammazzata da tuo cognato, il proprietario del tinello marron nel quale stiamo facendo le riprese.
Neanche il peggior Grande Fratello o il più squallido collegamento con l'Isola, poteva sognarselo.
E con chi prendersela? Mica con la Sciarelli, professionale, glaciale, bravissima a tenere la diretta. Forse con gli autori? Forse con la "Televisione" in quanto tale? O con me stessa che, capitataci con lo zapping, sono rimasta impietrita a guardare, guardare, guardare, incapace di staccarmene e di spegnere il televisore per sempre.

martedì 5 ottobre 2010

La battuta perfetta, Carlo D'Amicis

A partire dal 1960 la storia della televisione italiana e la storia delle persone, degli italiani, sono diventate la stessa cosa? Di libri che provano a raccontarci eventi degli ultimi cinque decenni utilizzando, anche abbondantemente, l’evoluzione dei programmi televisivi ce ne sono tante. L’unicità e la genialità di questo La battuta perfetta di Carlo D’Amicis sta nel fatto che qui le due cose sono talmente compenetrate da risultare indistinguibili, ché Canio e suo padre, i protagonisti di questo strano romanzo di formazione, non solo sono persone che lavorano nella televisione (la vecchia Rai bigotta o la Fininvest smutandata che sia) ma “sono la televisione” e nel contempo sono gli italiani, educati forse, poi sedotti, trasformati, ammutoliti e svuotati dalla televisione.
E non è un romanzo leggero, nonostante le barzellette qua e là, nonostante la snellezza del racconto, l’allegria della famiglia di origine di Canio, la carrellata di amati programmi e personaggi, qualche gossip, la cocaina e il sesso facile merce di scambio che sbarluccicano nella seconda parte del racconto.
I due protagonisti, di pagina in pagina, sono sempre più sgradevoli e perdenti ma insieme sempre più rappresentativi di ciò che noi siamo e del nostro muto aderire alla chiamata catodica.
Di D’Amicis ritrovo ancora una volta questo ritmo narrativo piacevole, questo respiro ampio, questa capacità di fare epica dalle cose volgari, perché un narratore più ruffiano e modesto avrebbe elencato vip e programmi leggendari, titillando il solito fattore nostalgia. Invece D’Amicis sembra comporre un amaro libro di storia, la nostra personale per l’appunto.

venerdì 24 settembre 2010

ilpost.it

bello, interessante, vario, chiaro

lunedì 20 settembre 2010

L'amore, un'estate, William Trevor

La vita di Ellie non la si può definire sfortunata; tutto sommato le è andata bene. Era un’orfana, ha trovato una casa dove tutto si svolge con precisione e confortevole monotonia, sul confine di un paesino minuscolo e immersa in una solitudine agghiacciante ma priva di complicazioni, con un marito freddo, distante, un po’ maniacale ma rispettoso e intimamente fragile. Perché mai pretendere di più? Perché mai rovinare tutto facendo la stupidaggine di credere all’amore per una figura indefinita che cammina sui bordi di una svolta esistenziale e emotiva dagli esiti incerti?
Lento, silenzioso, immobile, tranquillo, soffocante, inutile, riposante il quotidiano ti avvolge. Non vale la pena di seguire l’inspiegabile soffio di energia e felicità arrivato all’improvviso.
Narrazione incantevole. Incastro perfetto fra il rivelarsi delle psicologie e dei piccoli drammi interiori dei personaggi e gli eventi minuti ma definitivi.

venerdì 17 settembre 2010

Michela Marzano

Ieri in Feltrinelli Duomo ho assistito alla presentazione del libro Sii bella e stai zitta di Michela Marzano. Ne ho ammirato per tutto il tempo la serenità, la grinta e, soprattutto, la capacità di incantare l’uditorio con discorsi interessanti, intelligenti nei quali alternava al concetto alto, la citazione intensa. Ora, tralasciando il mio personale coinvolgimento nel contenuto della presentazione, mi sono più tardi chiesta perché la cosa mi abbia così colpito; alla fine, mi sono detta, il fatto è che semplicemente stavo ascoltando una “professoressa” cioè stavo ascoltando una persona che ha studiato, ha letto, ha scritto, ha riflettuto, ha dibattuto, uno studioso, punto. E’ che siamo ormai talmente assuefatti ai cialtroni che cialtroneggiano in televisione che prendiamo per miracolo le capacità professionali.

martedì 14 settembre 2010

Non è un paese per vecchie, Loredana Lipperini

Non c'è molto da dire, tranne che questo libro bisogna comprarlo, leggerlo, prestarlo, regalarlo, diffonderlo, parlarne.
What else?

Il mangiatore di pietre, Davide Longo

Bravissimo Davide Longo, che scopro essere un ex Holden. Molto molto esperto nel lavorare di sottrazione, asciugare, asciugare fino a lasciarci una frase secchissima e scarna.
Gli amanti del genere ritrovano con grande piacere Cormac McCarthy, al quale d’altra parte viene reso esplicito omaggio all’inizio del libro: simile il ritmo narrativo e il taglio delle scene, il dato umano stilizzato fino a una essenzialità primitiva e il giganteggiare del paesaggio come dato palpitante, più protagonista dell’uomo.
Le cose sono povere, le persone silenziose, i fatti avvengono e basta. La narrazione alterna dialoghi lapidari e zoom sugli oggetti, la cui posizione geometrica concorre a dipingere nature morte che tracciano i fili del racconto.
Un po’ di splatter ogni tanto ci ricorda che questo è un noir; l’autore mantiene un ritegno quasi eccessivo nel dirci la vicenda, come se avesse preferito seminare una manciata di indizi, lasciando al lettore il gioco cerebrale di ricostruirci intorno una storia possibile. Il risultato è un effetto bello di romanzo moderno e misterioso, asciutto e “maschio”. Maschio anche qualche stereotipo quale quello della donna poliziotto che sembra non vedere l’ora di infilarsi nel letto del “malavitoso” senza nessuna preparazione sentimentale, non dico corteggiamento, ma anche solo una minima comunicazione verbale: insomma Cesare sembrerebbe proprio l’uomo che non “deve chiedere mai” e che, dopo una modesta (ma evidentemente comunque bastante) prestazione virile, niente lascia detto, niente è tenuto a dire. Questo mi ha fatto un po’ sorridere...

martedì 31 agosto 2010

Che la festa cominci, Ammaniti

A che serve cercare di fare letteratura alta, sembra dire Ammaniti fra le righe, quando l’editoria è infestata da odiosi Ciba, patetici Saporelli e qualche inutile trombone? Non ci resta che ridere. Ed è molto peggio che piangere. Dopo l’ultima risata forse la catastrofe definitiva.
Ogni mattina apro le pagine web dei maggiori quotidiani e cerco il “titolone”, la “notizia” finalmente: quella che metterà in moto il processo virtuoso e inarrestabile, fermerà la follia, il degrado, il pantano; le cose ricominceranno a girare per il verso giusto. Tornerà il senso civico, l’etica, il rispetto della cosa pubblica e di se stessi; torneranno, per dirla con Ammaniti, le “figure di merda”, oggi diventate al contrario un momento di visibilità cialtrona e simpatica, quindi di gloria.
Non la trovo mai questa notizia. Ma se arrivasse un avvenire migliore, e, fra qualche tempo, storici e letterati volessero cercare cronache significative dei nostri poveri vergognosi giorni, non mi stupirei se questo romanzo apparentemente assai distante dall’autore di Io non ho paura, svaccato, divertito, surreale, eccessivo, autoreferenziale fino all’antipatia diventasse perfino documento storico.
Le cose che va raccontando (cercando di suggerire probabilmente che cosa ti può venire in mente sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente) sono sospese fra l’irreale e l’ahimé, purtroppo, iperreale, fra la satira di costume e la confessione autoironica, la favola moralistica e la sguaitezza quotidiana, il ritratto sociale e il divertimento del “bestiario” contemporaneo.
Che la festa cominci è una specie di Satyricon postmodernista, imbevuto di echi di Dagospia e rifiuti televisivi, splatter troppo comico per fare schifo e similhorror malinconico.
Ammaniti ha divorato Douglas Adams? Fatta la differenza, dove là avevamo fantascienza comica e qui gossip da tardo impero, il ritmo, l’inventiva, il dialogo, l’affastellarsi di scenette vivaci ce lo ricordano molto, con nostro grande godimento.
Il tutto alla fine è abbastanza perdibile, anche se molto molto divertente, ma questo non deve far passare inosservata la maestria narrativa: il tono è senza cedimenti, anche quando l’irrealtà diventa spudorato divertimento fine a se stesso o finalizzato a togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

giovedì 19 agosto 2010

Le ho mai raccontato del vento del Nord, Glattauer

Trappolone alla “C’è posta per te”. Tutto terribilmente affascinante. L’avventura intellettualamorosa in incognito via mail può veramente scollegarti dalla realtà e regalarti momenti di consolazione emotiva e di inaspettata voglia di rivivere.
Peccato che, se accade sul serio, dall’altra parte delle mail non ci sia un affascinante psicolinguista o, come nel film, un miliardario carinissimo come Tom Hanks, bensì, nella migliore delle ipotesi, qualcuno con dei gravi problemi (fisici, mentali, esistenziali...), nella peggiore un serial killer.
Quindi, ragazze, non facciamo le stupide e cerchiamo di non cascarci.

martedì 17 agosto 2010

Basilicata coast to coast

La categoria per Basilicata coast to coast è “carino”.
Non se ne può dir male, come non si dice male delle cose fatte per amore. Ché tutto amore da parte di Papaleo è questo film: per la propria terra e per la musica. Ma è solo per il rispetto che porti a questo amore che te lo bevi fino in fondo questo film: tanto non succede niente, scivola tutto, i cuori dei personaggi sono strambi ma le loro vite sono banali e, nonostante la stramberia del mini pellegrinaggio, i cuori si approfondiscono ma la banalità delle vite non cambia.
Da Maratea a Scanzano c’è giusto il tempo per una avventuretta sessuale e per una mangiata etnica, una doccia da campeggio, un po’ pescare e, alla fine, smetterla di fare l’originale a tutti i costi fingendo di essere muto. Alla fine del viaggio si riprende la macchina e si torna a casa.
La Mezzogiorno deve essere stata pagata poco perché veramente poco ricambia.
Gassman c’entra un tubo. Briguglia insipido.
Papaleo ci mette l’anima e si vede. Sul bizzarro “titoli di coda “ finale ti senti appagato come alla fine di una chiacchierata fra amici durante la quale si sono guardate le diapositive della Basilicata.

giovedì 22 luglio 2010

L' anno dei dodici inverni, Tullio Avoledo

Anche questa volta l’ottimo Avoledo ha scritto un romanzo complesso, cioè non un raccontone tirato per le lunghe come molta narrativa contemporanea ma un vero romanzo, con più personaggi principali e diverse situazioni che si intrecciano. Si divide in tre parti abbastanza diverse nei contenuti.
L’atmosfera iniziale è molto simile a quella de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo: la possibilità di tornare nel passato messa al servizio di una storia d’amore percepita come unica e totalizzante. E, come nell’altro libro, anche qui si avverte lo studio preciso del meccanismo delle consequenzialità temporali, per non perdersi nel labirinto del continuo sovrapporsi della storia dell’io narrante da giovane a vecchio e della storia privata della famiglia Grandi nelle diverse versioni possibili. Diversamente da Niffenegger però Avoledo si diverte ad elencare accanto alle storie piccole dei personaggi gli eventi della Storia grande che si dipanano mano a mano (i mondiali dell’82, la morte di lady D., la tragedia di Bophal, Chernobyl e così via) e ci mette le sue passioni probabilmente, la musica colta, gli sviluppi tecnologici dell’HiFi, le poesie... e poi, chissà perché Harry Potter e Dan Brown, un “come eravamo” mano a mano che si va formando, un minestrone melanconico di “tempo che non torna più” prima ancora che sia passato.
Il racconto è complesso, si infittisce, aggiunge elementi su elementi che si illuminano in primo piano, poi vengono accantonati, ti attacchi alla pagina per la curiosità del disvelamento del mistero.
La seconda parte è la meno riuscita: un lungo resoconto di pochi particolari ritagliati sui due personaggi femminili principali, una microvicenda che, sia pure necessaria all’intreccio, riceve un’attenzione eccessiva e allenta il ritmo. Ma forse proprio su questa caduta di attenzione si costruisce poi l’effetto, bizzarro per alcuni, bellissimo per me, del futuro fantascientifico che irrompe sulla scena nella terza parte. Il registro cambia di colpo, l’immaginazione galoppa e ti butta in mezzo a un mondo assurdo. L’idea della Chiesa della Divina Bomba e della religione di san Filippo Dick è portentosa: la stessa vertigine di piacere intellettuale e giocoso insieme che già avevo provato leggendo il finale de L’elenco telefonico di Atlantide, non solo perché la fantasia sparata così spudoratamente è godibilissima, ma anche perché ti arriva inaspettata, quando ti stavi un po’ ammosciando su vicende esistenzialromantiche che cominciavano ad avvitarsi su se stesse.
A questo punto Avoledo ne deve uscire e rimette insieme i fili un po’ in fretta e forse con troppa diligenza: ecco che ci sistema la faccenda del quadro e poi quella della foto e quella della macchina fotografica e quella della password del messaggio criptato.
Avoledo ha uno stile che non si confonde nella massa e scrive con grande accuratezza, ma si muove in una atmosfera cupa e piuttosto “maschile”. Per quanto sia un gran pregio la scelta di inventare storie fino ai confini della realtà, invece di propinarci il solito autobiografismo mascherato di tanti altri, nel corso della lettura continuo a percepire il suo io che governa la narrazione in maniera molto forte. Forse è per questo che ne apprezzo soprattutto la vena fantascientifica, mentre i suoi ritratti di donna mi appaiono a senso unico: donne tristi, bellissime e sfortunate, icone di una fragilità esteriore e di una maledizione interiore nelle quali ci imprigiona la visione maschile del mondo e che non bastano a rappresentarci.

lunedì 19 luglio 2010

La guerra dei cafoni, Carlo D'Amicis

Si può decidere di scrivere una storia di adolescenti.
Un resoconto di un amore giovanile che nasce, o le avventure di una comitiva di amici maschi.
Oppure un racconto vintage sugli anni settanta.
Oppure un romanzo sociale sul sud, o sui contadini/pescatori, o sugli operai del siderurgico.
O invece ancora una bella storia sulle vacanze al mare.
E, perché no, una lirica alla propria terra di origine, tanto più lirica se questa terra di origine è il meraviglioso Salento.

Si può invece decidere di riscrivere l’Iliade e trasfigurare tutto quanto detto ai precedenti punti così che la storia di Mela e Maligno sia realtà rivisitata dal Mito, paesaggio di terra sfocata dal sole e dello sguardo informe e violento di 14enni.
Bellissimo romanzo, sa di acqua marina trasparente e di sangue spesso, di calura pomeridiana e noia da riempire, di polvere della strada e desiderio incapace di riconoscersi.
L’adulto lettore non sa se sorridere per la consapevolezza e il distacco con cui guarda alla “guerra” o se piangere di nostalgia esattamente per lo stesso motivo.

mercoledì 14 luglio 2010

Genitori & figli, Giovanni Veronesi

Che cosa vuol dire il film di Veronesi Genitori & Figli? Niente. Sembrerebbe proprio questo il contributo: non emettere sentenze, non prendere posizione, di fronte alla complessità dell’argomento lasciare aperta ogni porta.
E invece non farlo proprio il film visto che non si ha niente da dire?
Una carrellata di banalità (neanche poi tante, c’era il tempo per qualche sviluppo narrativo meno scontato), uno spreco di attori e di nomi famosi tutti fuori ruolo.
Le uniche idee che ti restano alla fine sono che la perdita della verginità per una quattordicenne è “la“ questione da affrontare e che i genitori sbraitano tanto con i figli ma nella loro vita personale sono incapaci e pasticcioni: complimenti! Che profondità di vedute, che acume, che finezza sociologica!
Domande:
1) Alla Buy, che è un po’ antipatica ma ha un volto bellissimo e molto interessante e anomalo, c’è un regista che riesca a far fare qualcosa di più degno che le solite facce un po’ imbranate e i drammi da signora borghesuccia?
2) La Littizzetto al contrario non è una attrice a 360 gradi: è un genio, intelligente e strasimpatica ma nel cinema fatto di personaggi “normali” NON FUNZIONA! Fatele fare cose buffe, sopra le righe, personaggi surreali. Per come è utilizzata nei film che ho visto, invece, deve fare la mamma/moglie/amante ma le chiedono anche di fare un po’ la comica televisiva (altrimenti che la chiamano a fare?) e il risultato è fastidioso, troppo poco convincente.
3) Bisognava lanciare il figlio della Muti: lo facciamo urlare come un pazzo tutto il tempo così non si vede che non sa recitare? Si vede, si vede...
4) Da quante cose drammatiche e inquietanti può essere abitata la mente di un 14enne, maschio o femmina che sia. Perché, maledizione, prendo un personaggio femminile e le disegno intorno solo il percorso ginecologico, con tanto di test di gravidanza e nonna sensale? La vogliamo smettere alla fine tutti quanti di offrire alle nostre figlie solo questa pochezza? Vogliamo invece indicare una possibilità diversa? Che si può sognare di fare le biologhe, si può leggere Dostoevskij, seguire la politica... anche andare a letto con un ragazzo, va bene, ma è solo uno dei tanti aspetti del passaggio all’età adulta. Uno dei tanti.
5) In che case vivono questi presunti nostri alter ego rappresentati sullo schermo? Volete fare la commedia italiana? Andate a prendere lezione da Virzì per la ricostruzione degli interni e per l’abbigliamento e per l’utilizzo degli oggetti la cui progressiva tecnologia marchia le epoche (non c’è bisogno di sottolinearne la presenza con ridicoli teatrini come a dire: vedete, siamo nel 2010 perché nelle case qualunque c’è il cavetto Usb).
6) Siccome devo fare anche un po’ ridere ci metto qualche piccola gag che non ha nessuna relazione con lo sviluppo della trama: ma perché? Toglie armonia, sa di sgangherato e frammentario e non fa ridere.

Un film veramente inutile. Notevole come sempre Silvio Orlando. Unica gag riuscita: il bambino razzista.

venerdì 9 luglio 2010

La luna e i falò, Pavese

Avevo fra le mani un La luna e i falò non mio ieri sul tram e ho cominciato distrattamente a leggerlo per colmare l’attesa. Mai letto nulla di Pavese, che vergogna! L’idea vaga era quella di un autore scolastico, glorificato da un clima culturale del dopoguerra soprattutto per appartenenza, triste, un po’ pedante, molto regionale, di cui però parlare bene a prescindere per non fare brutta figura.
E’ finita che ho fatto quasi la notte in bianco attaccata al libro.
Stupendo!
Breve, eppure incredibilmente completo. Capace di abbracciare in rapidi passaggi temi essenziali: la convivenza con i ricordi, la povertà e le ideologie, l’emigrazione e il ritorno, l’amicizia e la formazione dell’adolescente, la terra e le classi sociali, la storia dolorosa della Resistenza, la famiglia e le donne. Meravigliosa prosa, paesaggi piemontesi impressionanti e dolorosi, finale da Mito.
Sono incantata dall’immagine delle tre ragazze della Mora: non ti aspetti in una scrittura cupa questo tratteggio lieve, quasi sensuale.
Questa lettura è stata un immenso regalo.

lunedì 5 luglio 2010

la prima cosa bella

Quando un film piace non si sa da dove cominciare. Se il giorno dopo lo rileggi a mente fredda ti accorgi che in fondo la storia non è poi così universale o imperdibile. E lì capisci che era la magia del cinema, era quell’insieme di fotografia, costumi, dialoghi, facce, inquadratare, velocità, sottofondi musicali, quello ti ha tenuto in perenne commozione per tutto il tempo.
Film bellissimo come non ne vedevo da tempo!

martedì 29 giugno 2010

cado dalle nubi

Molto deludente: frizzante ma con temi comici di una banalità sconcertante. Finge di giocare con gli stereotipi per frantumarli e azzerarli ma in realtà se ne nutre.
Il tema del terrone che “sale” e trova l’amore, dopo Ricomincio da tre, non si può più usare.
Milano così bella non s’è mai vista: Navigli come lungofiumi assolati e romantici, colonne di San Lorenzo animate di musica, piazza della Scala come un giardino viennese, mah!
Le mozzarelle e le orecchiette si trovano più a Milano che a Bari.
I pugliesi di Milano sono una forza reale e propulsiva nel mondo del lavoro e della politica.
Il contrasto, la lontananza fra i due mondi fanno riferimento a una situazione anni sessanta, ché anche l’uomo della strada capisce che il problema della cosiddetta Padania in contrapposizione al sud è molto più articolato, burocratico, falsato, non riferito alle realtà condominiali quotidiane.
Il film in quanto tale proprio non esiste.
C’è solo la forza di Checco Zalone, la sua mimica, il suo linguaggio, la sua verità nelle situazioni di contrasto macchiettistico terroni-padani di fronte alla quale qualche sghignazzata a voce alta alla fine m’è scappata.

venerdì 25 giugno 2010

Sul banco dei cattivi

Imperdibile per chi si nutre di narrativa italiana contemporanea.
Troppo cattivo Ferroni con Baricco che con I Barbari ha fatto invece una operazione culturale pregevole. Però la critica a Seta è brillante, se fossi Baricco mi sarei divertita a leggerla.
Sottoscrivo Onofri che contesta una certa aurea che aleggia intorno a Niffoi e Erri de Luca e distrugge la Santacroce.
Interessantissimo, ricco di spunti, La Porta sul “giallo” nostrano: da rileggere e prendere appunti.
Berardinelli parla a Scarpa e dice delle cose che, leggendo i romanzi di Scarpa che precedono Stabat Mater, abbiamo pensato in molti.

martedì 22 giugno 2010

Le lune di Giove, Alice Munro

Alice Munro non mette di buonumore, soprattutto se sei donna, non tanto giovane e con una discreta inevitabile consapevolezza, un che di sconfitta.
Le lune di Giove sprofonda in una malinconia elegante e senza speranza: siamo così perdenti noi donne in questi quadri, sembriamo così inutilmente girare intorno ai nostri sogni di cui si è alimentata l’energia che abbiamo elargito.
In questi racconti cristallini succede tanto poco, a volte quasi niente. Sono momenti, apparentemente banali, vite qualunque. Eppure il gesto, la parola, il pensiero modesto, la leggerezza delle persone sembrano invece, sotto una ispirazione potentissima, illuminarsi di significato, contenere esistenze profonde che si incastonano l’una nell’altra.
Narratrice perfetta.

giovedì 10 giugno 2010

Maratona Macondo a Milano, Lella Costa a Babele, la mia gioventù

Sono dovuta rientrare in ufficio.
Ieri e oggi. L’ho fatto così malvolentieri. Sotto le arcate della Loggia dei Mercanti le poltroncine erano comode e, magia magia, l’aria filtrava da un lato all’altro regalando addirittura folate e frescura. Voci e volti conosciuti e sconosciuti si stavano passando il testimone della lettura di Cent’anni di solitudine, ad alta voce, praticamente in mezzo alla via, la meraviglia delle parole fra schiamazzi e volti corrucciati che si affrettano a raggiera.
E io stavo dimenticando dove fossi, catturata di nuovo nel gorgo di una favola strana, pulsante, maledetta. E dimenticavo soprattutto il quando, il desolato quando in cui sto lasciando finire la conta dei giorni.
Era “vent’anni fa o giù di lì” ed ero giovane, dio quanto giovane, leggevo Repubblica avidamente, guardavo la televisione, la Raitre di Gugliemi. C’era Babele irrinunciabile. E dentro Babele l’appuntamento ogni volta con un ospite diverso che portava con sé un libro amato. Ci fu Lella Costa una volta e portò Cent’anni di solitudine. Non è che mi ricordi davvero che cosa disse. Ma fu piuttosto convincente, direi, coinvolgente, ne parlò con calore, con quella indefinibile passione, con quel sorpreso piacere che sentiamo quando un libro all’improvviso fra tanti ci riconosce.
Me lo procurai e lo amai. Posseduta dal circolo chiuso dei suoi nomi e della sua follia, mi convinsi a dare i nomi di famiglia ai figli che poi arrivarono, mi cercai intorno la mia Macondo. Era tutto diverso, tutto doveva accadere, prima del ’92.
Poi però arrivò la coda di maiale.

mercoledì 9 giugno 2010

il saggio finale della scuola di danza alternativa

Prendono venti bambine in età di scuola materna e le buttano su un palco con un costumino bianco molle. Fanno andare la musica a palla e spengono le luci. Le bambine vagano a caso. Le più diligenti copiano fuori sincrono i gesti della maestra nascosta sotto il palco. Una furba si incazza e si siede nel bel mezzo, rifiutandosi di partecipare; un’altra la abbraccia per solidarietà. Le altre vanno avanti scavalcandole.
In che senso questa è una scuola?
Quelle di scuola elementare sono su di un livello solo perché tutte almeno mostrano di sapere che stanno facendo parte di una coreografia; la loro capacità di coordinazione è però minima; la maggior parte si distrae, saluta fra il pubblico, copre gli occhi per via delle luci forti, scambia parole con le vicine.
Credo che avrebbe fatto molto più spettacolo metterle lì ferme solo un minuto e farle alzare anche solo un braccino ma, diamine, tutte insieme, stop: che bel quadro sarebbe, un costume colorato e un solo movimento, uno solo, ma coordinato e all’unisono. Meglio di questi quarti d’ora abbondanti di passeggiate, una specie di ora d’aria sul palco di fanciulle in fiore.
Ho provato tenerezza per la grassottella: ci provava a fare la candela, cento volte si dava lo slancio ma poi le gambe ricadevano a caso, l’addome rotondo e inerte. Invece poi in piedi era quella con più senso del ritmo e riusciva a saltellare bene lateralmente per esempio mentre le altre finivano col girarsi e zampettavano confusamente. La più magra soprattutto pareva un legnetto fratturato in più punti che roteava senza senso le lunghe braccia filiformi.
In che senso questa è una scuola?
E soprattutto, in mezzo a tante bambine, perché alla fine dieci minuti di esibizione di una maestra, in costumino a fior di sedere e chiappe esposte?

lunedì 31 maggio 2010

nordest, carlotto

In Nordest il giallo classico è una bella scusa per sputtanare un contesto.
La critica sociale feroce invece di essere seincera invettiva si edulcora mediante il racconto da fiction.
Folla di elementi.
Lettura gradevole e appassionante.
Gioco delle parti fra il me lettore e l’autore: il fatto che io abbia capito a meno di un terzo della lettura chi fosse l’assassino è perché io sono molto smaliziata o perché in fondo il colpo di scena non è poi così “colpo” ? O forse l’autore è così scafato da aver proprio voluto suggerirmelo e farmi sentire intelligente così da catturare attenzione e simpatia?

lunedì 24 maggio 2010

acciaio, avallone

Diversamente dal previsto ho letto Acciaio. Ieri (un giorno basta e avanza).
Prima che il già rumoroso parlarne raggiungesse l’apice, dopo la proclamazione del vincitore del Premio Strega.
La prima impressione: è scritto con grande maestria. Chapeau alla giovanissima che tiene sotto dominio lo scritto e i pensieri e non se ne lascia portare alla deriva. Soprattutto mi ha colpito la coerenza stilistica: Avallone sceglie un registro carnale e lo mantiene sino in fondo.
E tutte le stroncature hanno un po’ di malevolenza, consapevolmente o, più probabile, inconsapevolmente.
Siccome ho dichiaro in apertura il merito, posso adesso lasciarmi andare a qualche considerazione.
1) E’ un romanzo per adolescenti. E’ proprio l’anagrafe che fa la differenza. Una cosa è raccontare l’adolescenza da adulti, fare memoria sofferta di slanci e insopportabili e inutili dolori. Una cosa è esserci ancora dentro fino al collo: ci guadagni da matti in freschezza, ma ti perdi la partecipazione emotiva di un sacco di lettori, quelli che sono invece immersi fino al collo nell’età adulta. Così mi serve che se lo legga con gusto mia figlia 14enne, perché impari a riconoscere e dare nome a cose terribili che le passano nell’anima e che non sa ancora identificare, ma resto tiepida io che nei personaggi adulti (le mamme e i papà sostanzialmente) non mi identifico. Sono, quelli di Acciaio, appunto genitori, visti con gli occhi di una figlia giovane; quindi ingigantiti nei loro difetti e troppo generici nelle loro virtù. Stereotipi. Allora: da un lato grande e benefica freschezza, dall’altro ingenuità nei caratteri.
2) Pare che gli abitanti di Piombino si siano un po’ incavolati perché la città scenario del racconto sembra una putrida discarica abitata da anime desolate. Non ci sono mai stata. Chi lo sa chi ha ragione davvero? Ma non faccio fatica a pensare che, nell’entusiasmo della narrazione, l’autrice abbia un po’ calcato la mano, passando e ripassando tinte troppo forti sulla cartapesta del fondale della storia.
3) Il mondo. Il piccolo peccato di questo romanzo è quello che spesso si ritrova nei romanzi di esordio: volerci far stare dentro tutto il mondo. E le morti bianche, e l'inquinamento, e la disoccupazione, e le differenze sociali che avvelenano l'amore, e il velinismo, e la droga, e il disagio, e i maltrattamenti in famiglia, e i pregiudizi nord/sud, e i pregiudizi verso i disabili, e il padre morboso, e il sesso, e l'omosessualità, e l'amicizia, e il mito dei soldi facili... mi manca il fiato già, ma mi dimentico ancora un sacco di cose. Ma una su tutte la devo dire: che cavolo c’entra l’11 settembre? Perché ha dovuto metterci anche questo in un guazzabuglio di tante altre cose? L’episodio sembra proprio incollato a forza. Non sposta di una virgola la vita dei protagonisti. Era ciò che volevasi dimostrare? E se sì, perché? Avrei anche evitato l’insistere della prima parte sui prezzi in lire: non servono a molto e resta il dubbio del volere dimostrare a tutti costi una certa finezza nella ricostruzione storica.
4) Troppa roba e tutta veloce veloce. E’ la nostra vita che è diventata così? Starebbe alla letteratura però rallentare e obbligarci alla riflessione.
5) Molti debiti, ma non è un peccato grave, è comunanza culturale difficilmente occultabile: Ovosodo di Virzì su tutti, anche un po' Giordano, anche un po' Moccia...

elio germano!!!

Elio Germano ha vinto.
A Cannes.

Bello scoprire di essere capace di riconoscere uno grande.
Oggi splende il sole.
Forse sono ancora viva.

lunedì 10 maggio 2010

il viaggio di felicia di william trevor

Lettura benefica di una storia di vite squallide.
All’inizio ti sembra che la storia sia datata di un secolo, tanto i protagonisti che abitano la prima parte della vicenda in un contesto irlandese, ultra cattolico e nazionalista, appaiono isolati e fissi in una tragicità quotidiana.
Poi però Felicia intraprende la sua fuga e insieme a lei, poco alla volta, scopri che siamo invece nella contemporaneità che si disvela sotto gli occhi della ragazza nei suoi bordi sfilacciati, nelle sue scorie urbane puzzolenti, nei disadattati che vagano sui margini.
Drogati, vagabondi, assurdi predicatori di paradisi acquarellati: non sono però loro la minaccia.
L’orco è il funzionario modello, titolare di un ottimo posto dipendente, raccontato splendidamente.
Molto clima Alice Munro con il banale sfaccettato degli invisibili che si fa romanzo, ma con in più il brivido del serial killer.

venerdì 30 aprile 2010

Esco a fare due passi di Fabio Volo

Leggere un libro di Fabio Volo. Come mi è saltato in mente? Mia figlia l’ha messo nell’elenco dei desiderata e c’è un patto antico fra me e loro: posso avere ragioni per negare vestiti e sprechi vari ma i libri no, non posso proprio negarli.
Quindi acquisto Esco a fare due passi e, casualmente, mi ritrovo sul tram senza altro da leggere che quello.
Così lo comincio con un po’ di puzza sotto il naso, salticchio, leggicchio, annuso, inorridisco.
Accade così che finisci per leggerne un bel po’, perché siccome avresti molto da criticare, vai avanti per avere più sostanza sulla quale fondare la critica, così il gioco è leggere e inorridire, leggere e inorridire, e finisci per chiederti se non sia proprio quello il trucco: scrivere una cosa che o piaccia molto o che disturbi molto.
Purché se ne parli.
Volo scrive il suo diario ruffiano, si rimprovera ogni dieci pagine di essere un immaturo, ma mentre lo fa di fatto si celebra, di fatto compiange chi delle grane dell’età adulta si è invece caricato le spalle.
Finge il giochino del buono un po’ vittima delle donne, ma di fatto parla delle stesse in maniera feroce.
Infarcisce il racconto di masturbazione e sogni eroticofallocratici: non penserà mica di avere qualcosa da insegnarci? E allora che ne parliamo a fare, ancora, sempre delle stesse cose, buone quando avevamo 15 anni e che adesso ci hanno veramente annoiato? Ah già, lui forse parla proprio ai 15enni. Beh allora mi fa maggiormente arrabbiare.
Veramente! Ma chi si crede di essere per fare il santone del nulla?

lunedì 19 aprile 2010

intervalli fantozziani a brera

Come NON trascorrere un intervallo pranzo!!!
Sapere che è in corso la cosiddetta Settimana della Cultura e volere approfittare dell’ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera, poiché una misera ora a disposizione non vale la pena del normale biglietto di ingresso pari a 10 euro (evitare di ricordare che l’ingresso a National Gallery è gratuito).
Arrivare in Brera e scoprire che alla Settimana della Cultura va sottratto il lunedì, giorno di chiusura. Oggi, per l’appunto.
Pensare che in fondo c’è il sole e sono nel cuore di un quartierino trendy e quindi decidere per una breve passeggiata. Notare una gelateria chiccosa che propone un gelato “naturale” e pensare che tanto vale fare la chiccosa per una volta, per consolarsi del tempo perso.
Arrivata alla cassa scoprire che un gelato medio “due gusti” costa la bellezza di 3,50 euro: praticamente settemila lire per un cono gelato. Incapace di ribellarsi alla truffa ormai con la banconota in mano, ordinare il cono sentendosi una idiota, caduta nella trappola per cui ogniqualvolta esiste una cosa normale accessibile a tutti, qualcuno si inventa la versione “ecologica” oppure “griffata” oppure “puzzona” ottenendo di farti pagare il triplo: in questo periodo a Milano è la volta del gelato artigianale.
Dovendo scegliere fra una dozzina di gusti tradizionali nell’aspetto, ma con nomi pomposi, pensare che per rimediare agli errori fatti tanto vale buttarsi su una cosa strana per provare un po’ di brivido d’avventura. Scegliere così una cosa biancastra che si chiama “caramello al burro salato”.
Osservare esterrefatta il formarsi di una coda insensata di clienti, poiché la ragazza addetta al banco impiega dieci volte il tempo necessario in quanto bagna di continuo la paletta e raccoglie forme di gelato simili a petali di rosa, componendo sul cono una specie di fiorellone: chiedersi perché la gente stia lì mansueta in fila, avendo strapagato per farlo e sapere contemporaneamente che lo sto facendo anche io.
Ottenuto il cono fra le mani scoprire alla prima leccata che il gusto è orribile, è come mangiare cucchiaiate di burro direttamente dal panetto del frigo di casa; non sapere se sia meglio che si tratti solo di un effetto gusto ottenuto con una essenza (quindi accettare l’idea di una ulteriore truffa) o se sia meglio che abbiano impiegato davvero del burro e quindi essere consapevoli della terribile botta di calorie grasse e foriere di brufoli che si sta ingerendo.
Per non sprecare i 3 euro e 50 mangiare tutto il gelato fino in fondo.
Avvertire per tutto il pomeriggio un senso di disgusto burroso e un discreto mal di stomaco.

martedì 30 marzo 2010

Quando verrai, Laura Pugno

Laura Pugno è bravissima. Si intuisce dietro le pagine di Quando verrai una lavorazione delle frase, una limatura, un prosciugamento, una riconduzione all’essenziale che mi ha fatto pensare molto a McCarthy.
Purtroppo Quando verrai è brevissimo, come se gli sviluppi narrativi, gli intrecci, le sfaccettature, le infinite possibilità di dialogo che pure la storia portava in sé, abbiano fatto un po’ schifo all’autrice che ha preferito accennare, non spiegare, far finire in fretta, bypassare il quotidiano e illuminare per un solo breve istante il nocciolo oscuro dell’esistenza dei suoi evanescenti personaggi.
Mi sembra un cammino di perfezionamento tale da finire nella sterilità. La storia sembra volersi mescolare con la polvere, il sangue, la melma del quotidiano (ché è storia di emarginati e poveri); ma la sapienza narrativa stilizza e trasfigura e approda a freddezza.
Nonostante questo Laura Pugno resta una straordinaria narratrice e Sirene era veramente notevole per capacità di invenzione e stile. Ha punti e punti da dare ai vari pluripremiati e onnipresenti uomini che riempiono il panorama della narrativa italiana contemporanea. Ma si sa...

lunedì 29 marzo 2010

nudo di madre di aldo busi

Genialate sparse in un complicato monologo autoreferenziale

tra le nuvole

Perché Tra le nuvole ha raccolto così tanti pareri positivi? Io l’ho trovato pieno di promesse nella prima parte, poi rallenta, si impantana fra la festa aziendale e il matrimonio; recupera dignità perché evita l’happy end scontato, ma tutta la pellicola è salva solo grazie a: 1) Clooney che è piacione (ma ha già cominciato un po’ a stufare); 2) i dialoghi e le situazioni brillanti; 3) la gravità del problema dei licenziamenti che prende emotivamente, anche se aspetti tutto il tempo che il regista riesca finalmente a superare la patina di divertimento che ci ha steso sopra e invece questo non accade; 4) l’America piccola piccola tra aerei e foto alla google.maps.
Insomma un’idea carina e una sbrodolata sul valore del matrimonio e degli affetti, una pacca sulla spalla ai disoccupati (almeno hai figli e affetti che ti consolano).
Abbastanza perdibile...

venerdì 26 marzo 2010

troppi paradisi, siti

Romanzo grandissimo. Forse troppo grande.
Lettura spessissima, dolorosa, un po’ schifosa.
Una passerella di subumani.
Anche il pedofilo, terribile!
Un racconto visto attraverso il rapporto con l'altro dove l'altro è un uomo con cui mettere in piedi relazioni omosessuali, finte, affettuose, forzate, passionali, autentiche, prezzolate, more uxorio, viziose, fugaci...
La televisione intrecciata alle vite, come una enorme tenia ramificata nei singoli cervelli.
Il senso delle vite spezzettato in tanti momenti sconnessi fra loro.
Credo che, per assurdo, quello che dovrebbe essere un punto di vista omosessuale è in realtà una immersione totale in un lato oscurissimo del maschile.
Così non riesco a farmi prendere.

lunedì 22 marzo 2010

The reader, il film

The Reader è costruito con dei salti storici dagli anni cinquanta in poi, decennio dopo decennio, con una ricostruzione degli ambienti e dei vestiti e delle atmosfere. Inoltre ha, in contrasto con la drammaticità del tema proposto, una messinscena pacata, mai urlata, molto dignitosa, oserei dire un po’ snob. Questi due elementi insieme producono secondo me un risultato piuttosto affascinante.
Altro elemento di forza del film è la novità dell’angolatura per cui si entra in un tema terribile come lo sterminio nazista degli ebrei da una storia laterale, intimista.
In questo credo che il regista abbia avuto successo: facendoci passare attraverso un lungo prologo complice di sesso e sentimento adolescenziale e meravigliosi esterni di “ragazzi in costume da bagno nel sole anni cinquanta” ci lascia un po’ spiazzati quando nella seconda parte del film entrano in scena i campi di sterminio e ci costringe a considerare la figura della protagonista con un pochino di pietas. Voglio dire che il film riesce a riprodurre un minimo di complessità, insinua il dubbio e un suggerimento di analisi sulle ragioni che possano aver prodotto la complicità di una intera nazione all’orrore.
E’ comunque una pietas molto temporanea, ché anzi, alla luce di quello che si viene a sapere nella seconda parte, anche ciò che è avvenuto nella prima si carica di una luce sinistra e per il personaggio femminile resta una definitiva parola di condanna.
A partire dal titolo, i libri dovrebbero avere un ruolo fondamentale, anzi forse salvifico. Eppure il salvataggio non si compie. E’ come se obbligare il ragazzo a leggere fosse per Hanna una specie di gioco masochista, che non produce nulla nell’anima. Anche quando la lettura avverrà tramite le audiocassette questo sarà mezzo materiale e di superficie per imparare a leggere e scrivere, non per modificarsi nel cuore. Devo poi aggiungere che l’aver inserito il prologo dell’Odissea fra i brani ricorrenti, mi ha fatto immediatamente pensare a Primo Levi e al meraviglioso capitolo sul Canto XXVI dell’Inferno, quindi mi è sembrata quasi una bestemmia.
D’altra parte con i libri Hanna si suicida. Forse che invece di salvarla, la conoscenza è servita alla consapevolezza dell’enormità della colpa?
Una curiosità alla fine: la signora ebrea, ex bambina scampata ai lager e prima testimone d’accusa contro Hanna, è molto antipatica, scostante, immersa in una atmosfera di ultra lusso nella quale la foto in bianco e nero della famiglia sterminata sembra addirittura fuori posto, una specie di soprammobile d’antan. Un errore stilistico o una scelta?

venerdì 19 marzo 2010

guida ?????

In libreria alla presentazione di un libro per le donne. Una iniziativa editoriale molto interessante da parte di una rivista bellissima, veramente bellissima, che era cartacea e adesso si è trasferita sul web senza perdere smalto, anzi! Il libro si chiama “Guida al corpo delle donne” ed è una specie di agile glossario, scritto a quattro mani dal professor Flamigni e da Margherita Granbassi, editore Giudizio Universale. Tutto molto positivo e voglio proprio fare pubblicità all’iniziativa in sé, però da quella libreria sono uscita un po’ amareggiata, anzi no, sinceramente un po’ incavolata.
Il pubblico non era numeroso e comprendeva soprattutto due gruppi femminili: a) donne piuttosto anziane, molto serie, sole e distribuite dalla terza fila di sedie in poi, secondo me interessate davvero, magari femministe e, come me, credo un po’ deluse; b) ragazze giovani, soprattutto in prima fila, forse dipendenti della libreria, forse seguaci di qualcuno di quelli che parlavano o che contavano (uomini insomma), molto ridanciane, cioè pronte a ridere in maniera enfatica alla minima stupida e inconsistente battutina fatta da chi era seduto dietro la cattedra, una risata sforzata come dire: notatemi, ci sono, sorrido, sono gradevole (questo imperativo hanno dentro le ragazze: sorridere compiacenti, come sulla passerella di missitalia o il bancone di striscia).
Il tempo limitato non permetteva interventi polemici, così mi sono tenuta dentro le mie perplessità che provo a riassumere: perché proporre un libro di riflessioni sulle donne a una giovane donna carina, vincente e che fa televisione? Che tipo di valore aggiunto mi porta? E’ come far scrivere un libro sull’impotenza maschile a Rocco Siffredi. Quella giovane donna carina ha per forza di cose un angolo visuale limitato... che ne sa di che cosa voglia dire far fatica a esistere con una propria dignità minima per milioni di donne in un mondo che sottolinea solo bellezza, giovinezza e valenza sessuale? Tra l’altro mentre nel libro ci sono riflessioni più o meno interessanti, dal vivo la Granbassi diceva carinerie scontate, banalità tipo “non sono femminista perché io anzi amo sottolineare le differenze”, insomma mi sono incavolata perché quella brava e simpatica e carina ragazza non aveva proprio nulla da dirmi e, anzi, averla messa in quella posizione era una forte contraddizione interna al voler parlare del corpo di TUTTE le donne.
Il professor Flamigni invece ha detto alcune cose interessanti che avrei ascoltato per ore ma non c’era tempo e si è distinto per grande intelligenza quando sul finire il moderatore gli ha chiesto il nome di una donna conosciuta che fosse da additare come esempio: ha detto Margherita Hack. Perplessità divertita dello stesso moderatore e risatine. In pratica al professor Flamigni è stata mossa la seguente osservazione: ma io ho chiesto un esempio di femminilità, la Hack, per carità tutto il rispetto per l’intelligenza, ma come donna...
Ora, ci rendiamo conto di quanto è perversa questa riflessione? La Hack non può essere additata come esempio di femminilità perché non è giovane, non è bella, è un po’ sciatta, ha il vocione e non fa le moine. Cioè femminilità vuol dire bellezza, moine e desiderabilità sessuale. Stop. E questo a un tavolo di persone colte che erano lì per fare una operazione intellettuale pro donne.
La Granbassi ha fatto la sua ruffianata citando invece Madre Teresa di Calcutta: brutta ma suora, ecco qua, tutte le categorie maschiorassicuranti al posto giusto. Giuro: volevo alzarmi in piedi sulla sedia e gridare W Simona Ventura.

lunedì 8 marzo 2010

La morte della Pizia di Dürrenmatt

una citazione che vale la lettura di tutto il piccolo libro:

Tutti i tiranni che fondano il loro dominio su grandi princìpi, l’uguaglianza dei cittadini tra loro o l’idea che i beni di ognuno appartengano a tutti, suscitano in coloro sui quali esercitano la loro potestà un sentimento di soggezione incomparabilmente più mortificante di quelli che, anche se assai più ignobili, si accontentano di fare i tiranni, troppo pigri per addurre una qualsiasi giustificazione al proprio comportamento: essendo la loro dittatura lunatica e capricciosa, i sudditi hanno la sensazione di poter godere di una certa libertà. Non si sentono tiranneggiati da una arbitraria necessità che non consente loro speranza alcuna, ma piuttosto da un arbitrio assolutamente casuale che ancora permette qualche speranza.

sabato 6 marzo 2010

avatar

e me lo avevano detto che era una boiata pazzesca ma mai mi sarei aspettata fino a questo punto; ma possibile? tutto questo strombazzare per l'ennesimo rifacimento del solito copione che neanche la Disney oserebbe più fare!!! ma chi se ne frega degli effetti speciali?

giovedì 25 febbraio 2010

giovedì 11 febbraio 2010

stilos

è uscito Stilos, in edicola

e qui


che bello!!!

martedì 19 gennaio 2010

Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki

Capita qualche volta di fare dei sogni imprevisti che prendono le persone e le situazioni di tutti i giorni e le piegano a un succedere delle cose irrazionale: sono i nostri desideri, sono le nostre paure? A volte i sogni sono così impressionanti, così intessuti di verosimiglianza, oppure semplicemente così belli, così aderenti ai nostri bisogni, che al risveglio non riusciamo a liberarcene. Usciamo fra la gente al mattino e le solite persone non ci appaiono più le stesse perché, a loro totale insaputa, hanno abitato i nostri sogni e hanno detto e fatto cose che sembrano aver cambiato la realtà.
Poi l’impressione va scemando mano a mano, ma resta il fatto che noi e loro ci siamo incontrati altrove, sul ciglio del mondo, su un confine sfuggente.
Forse a questo pensava Murakami mentre scriveva questa follia, questo manga, questo mistero, questo pozzo di bizzarie.
Dentro Kafka sulla spiaggia ci sono un sacco di cose, proprio un sacco: un’abbondanza che abbaglia e fa gridare al genio.
Una generosa manciata di musica contemporanea, icone pubblicitarie, mode, pezzi di storia, citazioni filosofiche e libri, libri, libri a profusione, riferimenti letterari a iosa: una biblioteca è al centro della narrazione e leggono (o sono privati della capacità di leggere) tutti i protagonisti. Ma proprio leggono! Leggono come pazzi, riescono a passare intere mattinate, lunghi pomeriggi, interminabili giornate isolati al centro della foresta leggendo!
Poi città e squallore metropolitano contemporaneo mescolato con storia e antichità giapponesi.
Poi crudeltà splatter e misticismo. E amore romantico e sesso generoso e delicato.
Gatti parlanti, pietre magiche, beethoven, persone che dormono due giorni di fila, bambini che cadono in catalessi... impossibile elencare le mirabilia che intasano il romanzo, sempre leggero, scoppiettante di idee nuove ad ogni voltare di pagina.
Impossibile annoiarsi. Impossibile non desiderare di restare immersi nella lettura per scoprire che cosa succede.
Solo che quel dispettoso di autore alla fine non fa succedere niente: un mistero dopo l’altro, un indizio intrigante dopo l’altro e... alla fine non si disvela alcunchè. Come si fa a non incazzarsi?

E poi, Scarlett Thomas (Che fine ha fatto Mr. Y? PopCo...) si è fatta ispirare da Murakami? Murakami si è fatto ispirare da Scarlett Thomas? Le analogie sono parecchie!

lunedì 11 gennaio 2010

questo è un uomo?

moni ovadia legge adriano sofri che rilegge primo levi

a tutti e tre il mio grazie
perché a volte è difficile, è proprio difficile andare avanti


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Austerlitz di Winfried G. Sebald

Prendi un mucchio di fotografie e gioca a stenderle dal verso sbagliato e in ordine casuale su un tavolo; poi rigirale e osservale nella sequenza, ti racconteranno una storia? Non è detto. Voglio dire, non è detto che si tratti di una storia che ha un capo e una coda, ordinata, sequenziale e consolatoria.
Potrebbe invece scaturirne una pianta dodecagonale come una fortezza, o un labirinto senza punti di riferimento, o un gioco di scatole cinesi in cui chi racconta riporta un racconto di qualcuno che a sua volta racconta e riporta da altri che riportano storie che sono in realtà solo puzzle sfocati di immagini sbiadite che si scompongono e ricompongono. Oppure è un cerchio che si richiude su se stesso per cui vedi Napoleone ad Austerlitz e vedi il dipanarsi del novecento europeo con le sue fortezze, nate come celebrazione di superiorità difensiva del tutto illusoria e finite come luoghi di deportazione e sterminio nazista. L’architettura e gli oggetti: stazioni ferroviarie e monumenti, palazzi e cupole, e oggetti, chincaglierie, e poi aerei, e libri, e registri.
Vedi i simboli di grandezza architettonica opprimenti e senza umanità e vedi questi stessi simboli disseccarsi, ricoprirsi di guano e diventare tombe sepolcrali, cataste di documenti assurdamente minuziosi a incasellare la realtà con la presunzione di codificarla e renderla perfetta; rovine in bianco e nero di una grandezza civile basata sull’orrore; e vedi tutto decomporsi nelle storie piccole, puntini di dolore, tombe senza nome di quelli che hanno dovuto offrire le proprie esistenze alla follia della deportazione e dello sterminio; un labirinto senza via d’uscita, perché foto e parole continuano a girare a vuoto come il protagonista dal cognome che dà il titolo, ex bambino ebreo affidato a un treno della salvezza da Praga a Londra negli anni della persecuzione nazista, condannato a una solitudine interiore quasi folle e a un girovagare in età matura fra Parigi e Praga e Londra, inseguendo vanamente per il cuore dell’Europa la propria identità.
Questo libro è un viaggio nel cimitero della illusione della civiltà.
E’ un monolite di scrittura spessa e colta, eppure fluida. Non c’è un solo capoverso. La prosa procede per continue aperture di nuovi fronti di cose filosofiche e suggestioni artistiche, di perle di conoscenza e stupori naturalistici, di cronache di piccoli oggetti e bozzetti della memoria, mai un discorso aperto si chiude, ogni tombino che si dischiude ti trascina in un gorgo ad aprirne un altro, come in un malinconico e crepuscolare gioco di continue associazioni mentali. Buchi neri di malinconia incurvano di tanto in tanto lo spazio di angosciante apnea nel quale procede inebetita la lettura: uno su tutti, la terribile foto riemersa dal nulla di Agata, la mamma perduta, deportata, svanita nei fumi della follia della storia, un viso scuro che mi assomiglia troppo.
Potente.