Mi è piaciuto (che strano!) anche se aveva tutte le caratteristiche nominalmente per non piacermi.
Intanto è un libro dichiaratamente e sostanzialmente maschio; un punto di vista maschile sulla vita, sull’amore, sul sesso, sul matrimonio. Perché mai dovrebbe interessarmi? Poi è un libro intimista, facilmente catalogabile nella ormai famosa compagnia dei romanzi “mi guardo l’ombelico”.
Inoltre è un monologo interiore di durata assai breve, che si esaurisce in poche decine di pagine scritte larghe, per una cifra comunque superiore ai diciassette euro: quindi mi trova istituzionalmente avversa.
Quindi ha un paio di capitoletti porno, esattamente porno; non ci sono giustificazioni che tengano: sono scene hard core con minuziose descrizioni di orifizi e minutaggio, odori sgradevoli e varianti logistiche; scene nelle quali probabilmente l’autore si è divertito a mettersi alla prova.
Eppure... è scritto da dio!
Eppure... riesce così mirabilmente a lasciarti in bilico fra il fastidio verso un personaggio di un egoismo sconcertante e ottuso, tremendamente ottuso e l’identificazione totale; certo, l’identificazione, prescindendo dal mezzo (nella fattispecie del personaggio è il sesso, ma potrebbe essere qualunque altra cosa), con questo bisogno incontrollabile di non accontentarsi, di provare a vivere una doppia vita, anzi tre, dieci, mille vite diverse, ingenuamente e sinceramente credendo di farla franca, di tenere insieme tutto, di avere un diritto puro e innocente a prendere tutto.
Alcuni colpi di genio sulla noia e l’insofferenza per la convivenza coniugale. Belle e condivisibili osservazioni sulla genitorialità, anche se per tutto il libro, condizionata dall’addiction del personaggio per le avventure “‘ndo cojo cojo” , mi aspettavo con preoccupazione materna, che prima o poi mettesse le mani addosso anche alla figlia.
mercoledì 1 luglio 2009
lunedì 29 giugno 2009
Giulia non esce la sera
Un film come Giulia non esce la sera è improponibile al resto della famiglia.
Non conta che ci sia tanta piscina e un abbozzo di lezioni di nuoto. Non riuscirò ad agganciare nessuno con questo.
Ma poi del resto perché desiderare di condividerlo?
E’ una storia così tutta chiusa in se stessa, così poco accattivante, così malinconica che me la godo io, da sola.
Valerio Mastandrea è irresistibile, Valeria Golino bravissima.
Per il resto personaggi un po’ macchietta: la moglie rigida e inutile, le due figlie una quasi grassa una magrissima, il fidanzatino secchione, la spiaggia come luogo di libertà (che originalità), l’ambiente dei primi letterari (ma è davvero così? Che tristezza), l’ispirazione ridicola e stucchevole delle storie dello scrittore
Ecco, questo è il mio difetto, che mi piace starmene al chiuso irrespirabile di una storia drammatica e dolce, avendo previsto, più o meno verso la metà, l’intero finale.
Non conta che ci sia tanta piscina e un abbozzo di lezioni di nuoto. Non riuscirò ad agganciare nessuno con questo.
Ma poi del resto perché desiderare di condividerlo?
E’ una storia così tutta chiusa in se stessa, così poco accattivante, così malinconica che me la godo io, da sola.
Valerio Mastandrea è irresistibile, Valeria Golino bravissima.
Per il resto personaggi un po’ macchietta: la moglie rigida e inutile, le due figlie una quasi grassa una magrissima, il fidanzatino secchione, la spiaggia come luogo di libertà (che originalità), l’ambiente dei primi letterari (ma è davvero così? Che tristezza), l’ispirazione ridicola e stucchevole delle storie dello scrittore
Ecco, questo è il mio difetto, che mi piace starmene al chiuso irrespirabile di una storia drammatica e dolce, avendo previsto, più o meno verso la metà, l’intero finale.
giovedì 18 giugno 2009
orfana di E.R.
E.R. finisce qui. Forse rivedremo le repliche fino allo sfinimento. E comunque possiamo procurarci i DVD. Ma non è la stessa cosa.
Sapete (per coloro che in questi quindici anni non hanno guardato E.R.) non era un telefilm qualunque. Non c’era una sceneggiatura sciatta e approssimativa, i dialoghi non puzzavano di finto, le storie private non erano mai consolatorie e solo qualche volta hanno preso la deriva dell’assurdo (avete presente quella cosa tipica delle serie televisive che non sai più che cosa far succedere sempre allo stesso personaggio pur di far succedere qualcosa?). Le vicende d’amore (sappiamo tutti che sono il vero richiamo...) erano contorno e collante di contenuti grandiosi. Intorno a quei lettini delle sale emergenza abbiamo visto prendere decisioni controverse, commettere errori, assumersi responsabilità. Abbiamo visto contenuti ETICI e senso della vita. Abbiamo pianto per drammi possibili, veritieri, che scavavano dentro ciascuno di noi perché copiavano dall’autenticità delle esistenze e non viceversa come funziona la nostra attuale macchina televisiva. Con gli autori di E.R. abbiamo condiviso a distanza discussioni anche su grandi temi politici e sociali. Sono riusciti ad essere laici e spirituali, democratici e interrazziali: gli episodi sembravano più testimonianze che creazioni di storie.
Avevo anni e figli in meno. Adesso sono qui che conto i capelli bianchi e mi affanno dietro figli adolescenti. Il protagonista più importante di E.R. era la “responsabilità delle proprie decisioni” e E.R. mi ha aiutato ad affrontare il mio lavoro e l’ambiente del mio ufficio. Con E.R. sono riusciti a fare una cosa che alla televisione, qui, da queste nostre dolorose parti, nessuno più si sogna di chiedere: mi hanno trasmesso dei valori.
In Abby Lockhart e in Susan Lewis mi sono identificata. Sono rimasta malissimo per la morte di Lucy Knight. Ho amato Mark Greene. Ho fatto il tifo per Neela Rasgotra... Sono rincretinita, vero?
Sapete (per coloro che in questi quindici anni non hanno guardato E.R.) non era un telefilm qualunque. Non c’era una sceneggiatura sciatta e approssimativa, i dialoghi non puzzavano di finto, le storie private non erano mai consolatorie e solo qualche volta hanno preso la deriva dell’assurdo (avete presente quella cosa tipica delle serie televisive che non sai più che cosa far succedere sempre allo stesso personaggio pur di far succedere qualcosa?). Le vicende d’amore (sappiamo tutti che sono il vero richiamo...) erano contorno e collante di contenuti grandiosi. Intorno a quei lettini delle sale emergenza abbiamo visto prendere decisioni controverse, commettere errori, assumersi responsabilità. Abbiamo visto contenuti ETICI e senso della vita. Abbiamo pianto per drammi possibili, veritieri, che scavavano dentro ciascuno di noi perché copiavano dall’autenticità delle esistenze e non viceversa come funziona la nostra attuale macchina televisiva. Con gli autori di E.R. abbiamo condiviso a distanza discussioni anche su grandi temi politici e sociali. Sono riusciti ad essere laici e spirituali, democratici e interrazziali: gli episodi sembravano più testimonianze che creazioni di storie.
Avevo anni e figli in meno. Adesso sono qui che conto i capelli bianchi e mi affanno dietro figli adolescenti. Il protagonista più importante di E.R. era la “responsabilità delle proprie decisioni” e E.R. mi ha aiutato ad affrontare il mio lavoro e l’ambiente del mio ufficio. Con E.R. sono riusciti a fare una cosa che alla televisione, qui, da queste nostre dolorose parti, nessuno più si sogna di chiedere: mi hanno trasmesso dei valori.
In Abby Lockhart e in Susan Lewis mi sono identificata. Sono rimasta malissimo per la morte di Lucy Knight. Ho amato Mark Greene. Ho fatto il tifo per Neela Rasgotra... Sono rincretinita, vero?
mercoledì 3 giugno 2009
Il papà di Giovanna
Lo so che non è aria per le storie piccole e che abbiamo tutti bisogno che si ricominci a pensare in grande, abbiamo bisogno che i nostri sogni riguardino tutto il mondo, l’umanità intera... ma questa atmosfera d’interno anni trenta mi ha deliziato.
Questo meccanismo che prende una lente d’ingrandimento e si china amorevolmente su un particolare piccolo piccolo di un quadro enorme e vi scopre la stessa complessità e lo stesso brulichio di tragedia; questa povertà dignitosa; questa compostezza; questi Rohrwacher e Orlando così delicati e degni di ComPassione: toccante.
Questo meccanismo che prende una lente d’ingrandimento e si china amorevolmente su un particolare piccolo piccolo di un quadro enorme e vi scopre la stessa complessità e lo stesso brulichio di tragedia; questa povertà dignitosa; questa compostezza; questi Rohrwacher e Orlando così delicati e degni di ComPassione: toccante.
lunedì 1 giugno 2009
The Millionaire
Naturalmente The Millionaire è una favola e come tale non ci mettiamo neanche a elencare le assurdità che contiene.
Non ha proprio senso indagare sulla trama.
E’ pervaso però da una atmosfera scoppiettante e la struttura narrativa è interessante. L’intreccio tra la trasmissione televisiva e la vicenda è un’idea molto carina. Il film esplode di colori e vitalità.
In fondo il cinema è anche magia fine a se stessa, no?
Non ha proprio senso indagare sulla trama.
E’ pervaso però da una atmosfera scoppiettante e la struttura narrativa è interessante. L’intreccio tra la trasmissione televisiva e la vicenda è un’idea molto carina. Il film esplode di colori e vitalità.
In fondo il cinema è anche magia fine a se stessa, no?
Il cosmo sul comò
Per la grossa simpatia nei confronti del genio di Aldo, Giovanni e Giacomo, provo a dirla così: questo film non è venuto tanto bene...
mercoledì 27 maggio 2009
cesaroni
Ho fatto questa cosa inconfessabile e la confesso per svergognarmi definitivamente.
Ho guardato l’ultima puntata dei cesaroni... ebbene, era una sera milanese di caldo leggendario, stremata sul divano caldo caldo, talmente caldo da non riuscire più a reagire e sfuggire all’abbraccio dello stoffone che lo ricopre.
Non vale neanche la pena di esprimere giudizi sui cesaroni; si tratta di una “cosa” che ha raccolto il testimone dal medico in famiglia, prima che quest’ultima fiction (perso Giulio Scarpati) se ne partisse per una deriva assurda. Entrambe appartengono alla categoria dell’intrattenimento semplice alla portata di bambini piccoli e ultra anziani, mondi ideali dove gli adulti sono un po’ tontoloni ma buoni e onesti, gli adolescenti sono di una saggezza infinitamente superiore a quella dei loro genitori, i bambini sono praticamente dei disegni, gli anziani sono fondamentali e rispettatissimi, intere e numerose famiglie campano alla grande in villette magnifiche con un solo stipendio, i comportamenti sessuali e la struttura sociale sono di un progressismo zapateriano in forte contrasto con l’etica spacciata per buona dai tg: insomma un mondo che non esiste si propone come modello zuccheroso dove “è l’amore che vince” e, manco a dirlo, raccoglie audience senza problemi, dato che anche io sono stata lì fino a quasi mezzanotte a chiedermi come avrebbero fatto gli sceneggiatori a rimettere insieme Eva e Marco, tenuto conto che la situazione a pochi minuti dalla fine appariva veramente senza uscita. Ma ci sono i vecchi appigli da tipico feuilleton: il padre presunto non è il padre vero, le doglie che arrivano a salvare dal fatidico e non desiderato si, insomma, l’uso della genitalità femminile come strumento narrativo delle nostre esistenze con questa terribile ambivalenza: costruire ma soffrire, amare ma ingannare, donare ma tradire.
Difenderei a spada tratta il primo medico in famiglia per un motivo biografico: io e i miei figli piccoli seduti insieme a guardarlo e c’era un protagonista di riferimento per tutti. Adesso loro sono nella loro stanza davanti a you tube a guardarsi i vecchi filmati della Gialappa’s dei tempi d’oro.
A me restano i cesaroni e Elena Sofia Ricci cui assegno la palma di migliore attrice in tutto il cast. Completamente fuori ruolo il di solito ottimo Max Tortora, costretto a fare l’idiota. Inutile Amendola che recita tutto il tempo con l’aria sotto tono di chi potrebbe fare Shakespeare e sta lì solo per simpatia.
Atroce il personaggio della ragazza Eva, novella zia Alice: scelte e atteggiamenti sentimentalsessuali paranoici e autodistruttivi, perenne smorfietta a metà tra il saggio e il sofferente, movimenti-linguaggio-tono di voce esangui.
Una domanda: ma perché è così vincente il motivo dell’amore similimpossibile per quasi parentela?
Là c’era il tira e molla fra due cognati con di mezzo una moglie/sorella defunta, qua il problemino dell’essere fratelli acquisiti. Una applicazione fino alle estreme conseguenze del “moglie e buoi dei paesi tuoi”?
Ho guardato l’ultima puntata dei cesaroni... ebbene, era una sera milanese di caldo leggendario, stremata sul divano caldo caldo, talmente caldo da non riuscire più a reagire e sfuggire all’abbraccio dello stoffone che lo ricopre.
Non vale neanche la pena di esprimere giudizi sui cesaroni; si tratta di una “cosa” che ha raccolto il testimone dal medico in famiglia, prima che quest’ultima fiction (perso Giulio Scarpati) se ne partisse per una deriva assurda. Entrambe appartengono alla categoria dell’intrattenimento semplice alla portata di bambini piccoli e ultra anziani, mondi ideali dove gli adulti sono un po’ tontoloni ma buoni e onesti, gli adolescenti sono di una saggezza infinitamente superiore a quella dei loro genitori, i bambini sono praticamente dei disegni, gli anziani sono fondamentali e rispettatissimi, intere e numerose famiglie campano alla grande in villette magnifiche con un solo stipendio, i comportamenti sessuali e la struttura sociale sono di un progressismo zapateriano in forte contrasto con l’etica spacciata per buona dai tg: insomma un mondo che non esiste si propone come modello zuccheroso dove “è l’amore che vince” e, manco a dirlo, raccoglie audience senza problemi, dato che anche io sono stata lì fino a quasi mezzanotte a chiedermi come avrebbero fatto gli sceneggiatori a rimettere insieme Eva e Marco, tenuto conto che la situazione a pochi minuti dalla fine appariva veramente senza uscita. Ma ci sono i vecchi appigli da tipico feuilleton: il padre presunto non è il padre vero, le doglie che arrivano a salvare dal fatidico e non desiderato si, insomma, l’uso della genitalità femminile come strumento narrativo delle nostre esistenze con questa terribile ambivalenza: costruire ma soffrire, amare ma ingannare, donare ma tradire.
Difenderei a spada tratta il primo medico in famiglia per un motivo biografico: io e i miei figli piccoli seduti insieme a guardarlo e c’era un protagonista di riferimento per tutti. Adesso loro sono nella loro stanza davanti a you tube a guardarsi i vecchi filmati della Gialappa’s dei tempi d’oro.
A me restano i cesaroni e Elena Sofia Ricci cui assegno la palma di migliore attrice in tutto il cast. Completamente fuori ruolo il di solito ottimo Max Tortora, costretto a fare l’idiota. Inutile Amendola che recita tutto il tempo con l’aria sotto tono di chi potrebbe fare Shakespeare e sta lì solo per simpatia.
Atroce il personaggio della ragazza Eva, novella zia Alice: scelte e atteggiamenti sentimentalsessuali paranoici e autodistruttivi, perenne smorfietta a metà tra il saggio e il sofferente, movimenti-linguaggio-tono di voce esangui.
Una domanda: ma perché è così vincente il motivo dell’amore similimpossibile per quasi parentela?
Là c’era il tira e molla fra due cognati con di mezzo una moglie/sorella defunta, qua il problemino dell’essere fratelli acquisiti. Una applicazione fino alle estreme conseguenze del “moglie e buoi dei paesi tuoi”?
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