lunedì 20 settembre 2010

L'amore, un'estate, William Trevor

La vita di Ellie non la si può definire sfortunata; tutto sommato le è andata bene. Era un’orfana, ha trovato una casa dove tutto si svolge con precisione e confortevole monotonia, sul confine di un paesino minuscolo e immersa in una solitudine agghiacciante ma priva di complicazioni, con un marito freddo, distante, un po’ maniacale ma rispettoso e intimamente fragile. Perché mai pretendere di più? Perché mai rovinare tutto facendo la stupidaggine di credere all’amore per una figura indefinita che cammina sui bordi di una svolta esistenziale e emotiva dagli esiti incerti?
Lento, silenzioso, immobile, tranquillo, soffocante, inutile, riposante il quotidiano ti avvolge. Non vale la pena di seguire l’inspiegabile soffio di energia e felicità arrivato all’improvviso.
Narrazione incantevole. Incastro perfetto fra il rivelarsi delle psicologie e dei piccoli drammi interiori dei personaggi e gli eventi minuti ma definitivi.

venerdì 17 settembre 2010

Michela Marzano

Ieri in Feltrinelli Duomo ho assistito alla presentazione del libro Sii bella e stai zitta di Michela Marzano. Ne ho ammirato per tutto il tempo la serenità, la grinta e, soprattutto, la capacità di incantare l’uditorio con discorsi interessanti, intelligenti nei quali alternava al concetto alto, la citazione intensa. Ora, tralasciando il mio personale coinvolgimento nel contenuto della presentazione, mi sono più tardi chiesta perché la cosa mi abbia così colpito; alla fine, mi sono detta, il fatto è che semplicemente stavo ascoltando una “professoressa” cioè stavo ascoltando una persona che ha studiato, ha letto, ha scritto, ha riflettuto, ha dibattuto, uno studioso, punto. E’ che siamo ormai talmente assuefatti ai cialtroni che cialtroneggiano in televisione che prendiamo per miracolo le capacità professionali.

martedì 14 settembre 2010

Non è un paese per vecchie, Loredana Lipperini

Non c'è molto da dire, tranne che questo libro bisogna comprarlo, leggerlo, prestarlo, regalarlo, diffonderlo, parlarne.
What else?

Il mangiatore di pietre, Davide Longo

Bravissimo Davide Longo, che scopro essere un ex Holden. Molto molto esperto nel lavorare di sottrazione, asciugare, asciugare fino a lasciarci una frase secchissima e scarna.
Gli amanti del genere ritrovano con grande piacere Cormac McCarthy, al quale d’altra parte viene reso esplicito omaggio all’inizio del libro: simile il ritmo narrativo e il taglio delle scene, il dato umano stilizzato fino a una essenzialità primitiva e il giganteggiare del paesaggio come dato palpitante, più protagonista dell’uomo.
Le cose sono povere, le persone silenziose, i fatti avvengono e basta. La narrazione alterna dialoghi lapidari e zoom sugli oggetti, la cui posizione geometrica concorre a dipingere nature morte che tracciano i fili del racconto.
Un po’ di splatter ogni tanto ci ricorda che questo è un noir; l’autore mantiene un ritegno quasi eccessivo nel dirci la vicenda, come se avesse preferito seminare una manciata di indizi, lasciando al lettore il gioco cerebrale di ricostruirci intorno una storia possibile. Il risultato è un effetto bello di romanzo moderno e misterioso, asciutto e “maschio”. Maschio anche qualche stereotipo quale quello della donna poliziotto che sembra non vedere l’ora di infilarsi nel letto del “malavitoso” senza nessuna preparazione sentimentale, non dico corteggiamento, ma anche solo una minima comunicazione verbale: insomma Cesare sembrerebbe proprio l’uomo che non “deve chiedere mai” e che, dopo una modesta (ma evidentemente comunque bastante) prestazione virile, niente lascia detto, niente è tenuto a dire. Questo mi ha fatto un po’ sorridere...

martedì 31 agosto 2010

Che la festa cominci, Ammaniti

A che serve cercare di fare letteratura alta, sembra dire Ammaniti fra le righe, quando l’editoria è infestata da odiosi Ciba, patetici Saporelli e qualche inutile trombone? Non ci resta che ridere. Ed è molto peggio che piangere. Dopo l’ultima risata forse la catastrofe definitiva.
Ogni mattina apro le pagine web dei maggiori quotidiani e cerco il “titolone”, la “notizia” finalmente: quella che metterà in moto il processo virtuoso e inarrestabile, fermerà la follia, il degrado, il pantano; le cose ricominceranno a girare per il verso giusto. Tornerà il senso civico, l’etica, il rispetto della cosa pubblica e di se stessi; torneranno, per dirla con Ammaniti, le “figure di merda”, oggi diventate al contrario un momento di visibilità cialtrona e simpatica, quindi di gloria.
Non la trovo mai questa notizia. Ma se arrivasse un avvenire migliore, e, fra qualche tempo, storici e letterati volessero cercare cronache significative dei nostri poveri vergognosi giorni, non mi stupirei se questo romanzo apparentemente assai distante dall’autore di Io non ho paura, svaccato, divertito, surreale, eccessivo, autoreferenziale fino all’antipatia diventasse perfino documento storico.
Le cose che va raccontando (cercando di suggerire probabilmente che cosa ti può venire in mente sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente) sono sospese fra l’irreale e l’ahimé, purtroppo, iperreale, fra la satira di costume e la confessione autoironica, la favola moralistica e la sguaitezza quotidiana, il ritratto sociale e il divertimento del “bestiario” contemporaneo.
Che la festa cominci è una specie di Satyricon postmodernista, imbevuto di echi di Dagospia e rifiuti televisivi, splatter troppo comico per fare schifo e similhorror malinconico.
Ammaniti ha divorato Douglas Adams? Fatta la differenza, dove là avevamo fantascienza comica e qui gossip da tardo impero, il ritmo, l’inventiva, il dialogo, l’affastellarsi di scenette vivaci ce lo ricordano molto, con nostro grande godimento.
Il tutto alla fine è abbastanza perdibile, anche se molto molto divertente, ma questo non deve far passare inosservata la maestria narrativa: il tono è senza cedimenti, anche quando l’irrealtà diventa spudorato divertimento fine a se stesso o finalizzato a togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

giovedì 19 agosto 2010

Le ho mai raccontato del vento del Nord, Glattauer

Trappolone alla “C’è posta per te”. Tutto terribilmente affascinante. L’avventura intellettualamorosa in incognito via mail può veramente scollegarti dalla realtà e regalarti momenti di consolazione emotiva e di inaspettata voglia di rivivere.
Peccato che, se accade sul serio, dall’altra parte delle mail non ci sia un affascinante psicolinguista o, come nel film, un miliardario carinissimo come Tom Hanks, bensì, nella migliore delle ipotesi, qualcuno con dei gravi problemi (fisici, mentali, esistenziali...), nella peggiore un serial killer.
Quindi, ragazze, non facciamo le stupide e cerchiamo di non cascarci.

martedì 17 agosto 2010

Basilicata coast to coast

La categoria per Basilicata coast to coast è “carino”.
Non se ne può dir male, come non si dice male delle cose fatte per amore. Ché tutto amore da parte di Papaleo è questo film: per la propria terra e per la musica. Ma è solo per il rispetto che porti a questo amore che te lo bevi fino in fondo questo film: tanto non succede niente, scivola tutto, i cuori dei personaggi sono strambi ma le loro vite sono banali e, nonostante la stramberia del mini pellegrinaggio, i cuori si approfondiscono ma la banalità delle vite non cambia.
Da Maratea a Scanzano c’è giusto il tempo per una avventuretta sessuale e per una mangiata etnica, una doccia da campeggio, un po’ pescare e, alla fine, smetterla di fare l’originale a tutti i costi fingendo di essere muto. Alla fine del viaggio si riprende la macchina e si torna a casa.
La Mezzogiorno deve essere stata pagata poco perché veramente poco ricambia.
Gassman c’entra un tubo. Briguglia insipido.
Papaleo ci mette l’anima e si vede. Sul bizzarro “titoli di coda “ finale ti senti appagato come alla fine di una chiacchierata fra amici durante la quale si sono guardate le diapositive della Basilicata.