Avevo fra le mani un La luna e i falò non mio ieri sul tram e ho cominciato distrattamente a leggerlo per colmare l’attesa. Mai letto nulla di Pavese, che vergogna! L’idea vaga era quella di un autore scolastico, glorificato da un clima culturale del dopoguerra soprattutto per appartenenza, triste, un po’ pedante, molto regionale, di cui però parlare bene a prescindere per non fare brutta figura.
E’ finita che ho fatto quasi la notte in bianco attaccata al libro.
Stupendo!
Breve, eppure incredibilmente completo. Capace di abbracciare in rapidi passaggi temi essenziali: la convivenza con i ricordi, la povertà e le ideologie, l’emigrazione e il ritorno, l’amicizia e la formazione dell’adolescente, la terra e le classi sociali, la storia dolorosa della Resistenza, la famiglia e le donne. Meravigliosa prosa, paesaggi piemontesi impressionanti e dolorosi, finale da Mito.
Sono incantata dall’immagine delle tre ragazze della Mora: non ti aspetti in una scrittura cupa questo tratteggio lieve, quasi sensuale.
Questa lettura è stata un immenso regalo.
... questo libro è ancora più grande. E quando lo avrò finito ne comincerò un altro e quello sarà ancora più grande, e poi un altro ancora, e allora la mia casa si allargherà fino a diventare una magione, piena di stanze dove loro non potranno trovarmi... (Nick Hornby, How to be good)
venerdì 9 luglio 2010
lunedì 5 luglio 2010
la prima cosa bella
Quando un film piace non si sa da dove cominciare. Se il giorno dopo lo rileggi a mente fredda ti accorgi che in fondo la storia non è poi così universale o imperdibile. E lì capisci che era la magia del cinema, era quell’insieme di fotografia, costumi, dialoghi, facce, inquadratare, velocità, sottofondi musicali, quello ti ha tenuto in perenne commozione per tutto il tempo.
Film bellissimo come non ne vedevo da tempo!
Film bellissimo come non ne vedevo da tempo!
martedì 29 giugno 2010
cado dalle nubi
Molto deludente: frizzante ma con temi comici di una banalità sconcertante. Finge di giocare con gli stereotipi per frantumarli e azzerarli ma in realtà se ne nutre.
Il tema del terrone che “sale” e trova l’amore, dopo Ricomincio da tre, non si può più usare.
Milano così bella non s’è mai vista: Navigli come lungofiumi assolati e romantici, colonne di San Lorenzo animate di musica, piazza della Scala come un giardino viennese, mah!
Le mozzarelle e le orecchiette si trovano più a Milano che a Bari.
I pugliesi di Milano sono una forza reale e propulsiva nel mondo del lavoro e della politica.
Il contrasto, la lontananza fra i due mondi fanno riferimento a una situazione anni sessanta, ché anche l’uomo della strada capisce che il problema della cosiddetta Padania in contrapposizione al sud è molto più articolato, burocratico, falsato, non riferito alle realtà condominiali quotidiane.
Il film in quanto tale proprio non esiste.
C’è solo la forza di Checco Zalone, la sua mimica, il suo linguaggio, la sua verità nelle situazioni di contrasto macchiettistico terroni-padani di fronte alla quale qualche sghignazzata a voce alta alla fine m’è scappata.
Il tema del terrone che “sale” e trova l’amore, dopo Ricomincio da tre, non si può più usare.
Milano così bella non s’è mai vista: Navigli come lungofiumi assolati e romantici, colonne di San Lorenzo animate di musica, piazza della Scala come un giardino viennese, mah!
Le mozzarelle e le orecchiette si trovano più a Milano che a Bari.
I pugliesi di Milano sono una forza reale e propulsiva nel mondo del lavoro e della politica.
Il contrasto, la lontananza fra i due mondi fanno riferimento a una situazione anni sessanta, ché anche l’uomo della strada capisce che il problema della cosiddetta Padania in contrapposizione al sud è molto più articolato, burocratico, falsato, non riferito alle realtà condominiali quotidiane.
Il film in quanto tale proprio non esiste.
C’è solo la forza di Checco Zalone, la sua mimica, il suo linguaggio, la sua verità nelle situazioni di contrasto macchiettistico terroni-padani di fronte alla quale qualche sghignazzata a voce alta alla fine m’è scappata.
venerdì 25 giugno 2010
Sul banco dei cattivi
Imperdibile per chi si nutre di narrativa italiana contemporanea.
Troppo cattivo Ferroni con Baricco che con I Barbari ha fatto invece una operazione culturale pregevole. Però la critica a Seta è brillante, se fossi Baricco mi sarei divertita a leggerla.
Sottoscrivo Onofri che contesta una certa aurea che aleggia intorno a Niffoi e Erri de Luca e distrugge la Santacroce.
Interessantissimo, ricco di spunti, La Porta sul “giallo” nostrano: da rileggere e prendere appunti.
Berardinelli parla a Scarpa e dice delle cose che, leggendo i romanzi di Scarpa che precedono Stabat Mater, abbiamo pensato in molti.
Troppo cattivo Ferroni con Baricco che con I Barbari ha fatto invece una operazione culturale pregevole. Però la critica a Seta è brillante, se fossi Baricco mi sarei divertita a leggerla.
Sottoscrivo Onofri che contesta una certa aurea che aleggia intorno a Niffoi e Erri de Luca e distrugge la Santacroce.
Interessantissimo, ricco di spunti, La Porta sul “giallo” nostrano: da rileggere e prendere appunti.
Berardinelli parla a Scarpa e dice delle cose che, leggendo i romanzi di Scarpa che precedono Stabat Mater, abbiamo pensato in molti.
martedì 22 giugno 2010
Le lune di Giove, Alice Munro
Alice Munro non mette di buonumore, soprattutto se sei donna, non tanto giovane e con una discreta inevitabile consapevolezza, un che di sconfitta.
Le lune di Giove sprofonda in una malinconia elegante e senza speranza: siamo così perdenti noi donne in questi quadri, sembriamo così inutilmente girare intorno ai nostri sogni di cui si è alimentata l’energia che abbiamo elargito.
In questi racconti cristallini succede tanto poco, a volte quasi niente. Sono momenti, apparentemente banali, vite qualunque. Eppure il gesto, la parola, il pensiero modesto, la leggerezza delle persone sembrano invece, sotto una ispirazione potentissima, illuminarsi di significato, contenere esistenze profonde che si incastonano l’una nell’altra.
Narratrice perfetta.
Le lune di Giove sprofonda in una malinconia elegante e senza speranza: siamo così perdenti noi donne in questi quadri, sembriamo così inutilmente girare intorno ai nostri sogni di cui si è alimentata l’energia che abbiamo elargito.
In questi racconti cristallini succede tanto poco, a volte quasi niente. Sono momenti, apparentemente banali, vite qualunque. Eppure il gesto, la parola, il pensiero modesto, la leggerezza delle persone sembrano invece, sotto una ispirazione potentissima, illuminarsi di significato, contenere esistenze profonde che si incastonano l’una nell’altra.
Narratrice perfetta.
lunedì 21 giugno 2010
giovedì 10 giugno 2010
Maratona Macondo a Milano, Lella Costa a Babele, la mia gioventù
Sono dovuta rientrare in ufficio.
Ieri e oggi. L’ho fatto così malvolentieri. Sotto le arcate della Loggia dei Mercanti le poltroncine erano comode e, magia magia, l’aria filtrava da un lato all’altro regalando addirittura folate e frescura. Voci e volti conosciuti e sconosciuti si stavano passando il testimone della lettura di Cent’anni di solitudine, ad alta voce, praticamente in mezzo alla via, la meraviglia delle parole fra schiamazzi e volti corrucciati che si affrettano a raggiera.
E io stavo dimenticando dove fossi, catturata di nuovo nel gorgo di una favola strana, pulsante, maledetta. E dimenticavo soprattutto il quando, il desolato quando in cui sto lasciando finire la conta dei giorni.
Era “vent’anni fa o giù di lì” ed ero giovane, dio quanto giovane, leggevo Repubblica avidamente, guardavo la televisione, la Raitre di Gugliemi. C’era Babele irrinunciabile. E dentro Babele l’appuntamento ogni volta con un ospite diverso che portava con sé un libro amato. Ci fu Lella Costa una volta e portò Cent’anni di solitudine. Non è che mi ricordi davvero che cosa disse. Ma fu piuttosto convincente, direi, coinvolgente, ne parlò con calore, con quella indefinibile passione, con quel sorpreso piacere che sentiamo quando un libro all’improvviso fra tanti ci riconosce.
Me lo procurai e lo amai. Posseduta dal circolo chiuso dei suoi nomi e della sua follia, mi convinsi a dare i nomi di famiglia ai figli che poi arrivarono, mi cercai intorno la mia Macondo. Era tutto diverso, tutto doveva accadere, prima del ’92.
Poi però arrivò la coda di maiale.
Ieri e oggi. L’ho fatto così malvolentieri. Sotto le arcate della Loggia dei Mercanti le poltroncine erano comode e, magia magia, l’aria filtrava da un lato all’altro regalando addirittura folate e frescura. Voci e volti conosciuti e sconosciuti si stavano passando il testimone della lettura di Cent’anni di solitudine, ad alta voce, praticamente in mezzo alla via, la meraviglia delle parole fra schiamazzi e volti corrucciati che si affrettano a raggiera.
E io stavo dimenticando dove fossi, catturata di nuovo nel gorgo di una favola strana, pulsante, maledetta. E dimenticavo soprattutto il quando, il desolato quando in cui sto lasciando finire la conta dei giorni.
Era “vent’anni fa o giù di lì” ed ero giovane, dio quanto giovane, leggevo Repubblica avidamente, guardavo la televisione, la Raitre di Gugliemi. C’era Babele irrinunciabile. E dentro Babele l’appuntamento ogni volta con un ospite diverso che portava con sé un libro amato. Ci fu Lella Costa una volta e portò Cent’anni di solitudine. Non è che mi ricordi davvero che cosa disse. Ma fu piuttosto convincente, direi, coinvolgente, ne parlò con calore, con quella indefinibile passione, con quel sorpreso piacere che sentiamo quando un libro all’improvviso fra tanti ci riconosce.
Me lo procurai e lo amai. Posseduta dal circolo chiuso dei suoi nomi e della sua follia, mi convinsi a dare i nomi di famiglia ai figli che poi arrivarono, mi cercai intorno la mia Macondo. Era tutto diverso, tutto doveva accadere, prima del ’92.
Poi però arrivò la coda di maiale.
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