mercoledì 9 giugno 2010

il saggio finale della scuola di danza alternativa

Prendono venti bambine in età di scuola materna e le buttano su un palco con un costumino bianco molle. Fanno andare la musica a palla e spengono le luci. Le bambine vagano a caso. Le più diligenti copiano fuori sincrono i gesti della maestra nascosta sotto il palco. Una furba si incazza e si siede nel bel mezzo, rifiutandosi di partecipare; un’altra la abbraccia per solidarietà. Le altre vanno avanti scavalcandole.
In che senso questa è una scuola?
Quelle di scuola elementare sono su di un livello solo perché tutte almeno mostrano di sapere che stanno facendo parte di una coreografia; la loro capacità di coordinazione è però minima; la maggior parte si distrae, saluta fra il pubblico, copre gli occhi per via delle luci forti, scambia parole con le vicine.
Credo che avrebbe fatto molto più spettacolo metterle lì ferme solo un minuto e farle alzare anche solo un braccino ma, diamine, tutte insieme, stop: che bel quadro sarebbe, un costume colorato e un solo movimento, uno solo, ma coordinato e all’unisono. Meglio di questi quarti d’ora abbondanti di passeggiate, una specie di ora d’aria sul palco di fanciulle in fiore.
Ho provato tenerezza per la grassottella: ci provava a fare la candela, cento volte si dava lo slancio ma poi le gambe ricadevano a caso, l’addome rotondo e inerte. Invece poi in piedi era quella con più senso del ritmo e riusciva a saltellare bene lateralmente per esempio mentre le altre finivano col girarsi e zampettavano confusamente. La più magra soprattutto pareva un legnetto fratturato in più punti che roteava senza senso le lunghe braccia filiformi.
In che senso questa è una scuola?
E soprattutto, in mezzo a tante bambine, perché alla fine dieci minuti di esibizione di una maestra, in costumino a fior di sedere e chiappe esposte?

lunedì 31 maggio 2010

nordest, carlotto

In Nordest il giallo classico è una bella scusa per sputtanare un contesto.
La critica sociale feroce invece di essere seincera invettiva si edulcora mediante il racconto da fiction.
Folla di elementi.
Lettura gradevole e appassionante.
Gioco delle parti fra il me lettore e l’autore: il fatto che io abbia capito a meno di un terzo della lettura chi fosse l’assassino è perché io sono molto smaliziata o perché in fondo il colpo di scena non è poi così “colpo” ? O forse l’autore è così scafato da aver proprio voluto suggerirmelo e farmi sentire intelligente così da catturare attenzione e simpatia?

lunedì 24 maggio 2010

acciaio, avallone

Diversamente dal previsto ho letto Acciaio. Ieri (un giorno basta e avanza).
Prima che il già rumoroso parlarne raggiungesse l’apice, dopo la proclamazione del vincitore del Premio Strega.
La prima impressione: è scritto con grande maestria. Chapeau alla giovanissima che tiene sotto dominio lo scritto e i pensieri e non se ne lascia portare alla deriva. Soprattutto mi ha colpito la coerenza stilistica: Avallone sceglie un registro carnale e lo mantiene sino in fondo.
E tutte le stroncature hanno un po’ di malevolenza, consapevolmente o, più probabile, inconsapevolmente.
Siccome ho dichiaro in apertura il merito, posso adesso lasciarmi andare a qualche considerazione.
1) E’ un romanzo per adolescenti. E’ proprio l’anagrafe che fa la differenza. Una cosa è raccontare l’adolescenza da adulti, fare memoria sofferta di slanci e insopportabili e inutili dolori. Una cosa è esserci ancora dentro fino al collo: ci guadagni da matti in freschezza, ma ti perdi la partecipazione emotiva di un sacco di lettori, quelli che sono invece immersi fino al collo nell’età adulta. Così mi serve che se lo legga con gusto mia figlia 14enne, perché impari a riconoscere e dare nome a cose terribili che le passano nell’anima e che non sa ancora identificare, ma resto tiepida io che nei personaggi adulti (le mamme e i papà sostanzialmente) non mi identifico. Sono, quelli di Acciaio, appunto genitori, visti con gli occhi di una figlia giovane; quindi ingigantiti nei loro difetti e troppo generici nelle loro virtù. Stereotipi. Allora: da un lato grande e benefica freschezza, dall’altro ingenuità nei caratteri.
2) Pare che gli abitanti di Piombino si siano un po’ incavolati perché la città scenario del racconto sembra una putrida discarica abitata da anime desolate. Non ci sono mai stata. Chi lo sa chi ha ragione davvero? Ma non faccio fatica a pensare che, nell’entusiasmo della narrazione, l’autrice abbia un po’ calcato la mano, passando e ripassando tinte troppo forti sulla cartapesta del fondale della storia.
3) Il mondo. Il piccolo peccato di questo romanzo è quello che spesso si ritrova nei romanzi di esordio: volerci far stare dentro tutto il mondo. E le morti bianche, e l'inquinamento, e la disoccupazione, e le differenze sociali che avvelenano l'amore, e il velinismo, e la droga, e il disagio, e i maltrattamenti in famiglia, e i pregiudizi nord/sud, e i pregiudizi verso i disabili, e il padre morboso, e il sesso, e l'omosessualità, e l'amicizia, e il mito dei soldi facili... mi manca il fiato già, ma mi dimentico ancora un sacco di cose. Ma una su tutte la devo dire: che cavolo c’entra l’11 settembre? Perché ha dovuto metterci anche questo in un guazzabuglio di tante altre cose? L’episodio sembra proprio incollato a forza. Non sposta di una virgola la vita dei protagonisti. Era ciò che volevasi dimostrare? E se sì, perché? Avrei anche evitato l’insistere della prima parte sui prezzi in lire: non servono a molto e resta il dubbio del volere dimostrare a tutti costi una certa finezza nella ricostruzione storica.
4) Troppa roba e tutta veloce veloce. E’ la nostra vita che è diventata così? Starebbe alla letteratura però rallentare e obbligarci alla riflessione.
5) Molti debiti, ma non è un peccato grave, è comunanza culturale difficilmente occultabile: Ovosodo di Virzì su tutti, anche un po' Giordano, anche un po' Moccia...

elio germano!!!

Elio Germano ha vinto.
A Cannes.

Bello scoprire di essere capace di riconoscere uno grande.
Oggi splende il sole.
Forse sono ancora viva.

lunedì 10 maggio 2010

il viaggio di felicia di william trevor

Lettura benefica di una storia di vite squallide.
All’inizio ti sembra che la storia sia datata di un secolo, tanto i protagonisti che abitano la prima parte della vicenda in un contesto irlandese, ultra cattolico e nazionalista, appaiono isolati e fissi in una tragicità quotidiana.
Poi però Felicia intraprende la sua fuga e insieme a lei, poco alla volta, scopri che siamo invece nella contemporaneità che si disvela sotto gli occhi della ragazza nei suoi bordi sfilacciati, nelle sue scorie urbane puzzolenti, nei disadattati che vagano sui margini.
Drogati, vagabondi, assurdi predicatori di paradisi acquarellati: non sono però loro la minaccia.
L’orco è il funzionario modello, titolare di un ottimo posto dipendente, raccontato splendidamente.
Molto clima Alice Munro con il banale sfaccettato degli invisibili che si fa romanzo, ma con in più il brivido del serial killer.

venerdì 30 aprile 2010

Esco a fare due passi di Fabio Volo

Leggere un libro di Fabio Volo. Come mi è saltato in mente? Mia figlia l’ha messo nell’elenco dei desiderata e c’è un patto antico fra me e loro: posso avere ragioni per negare vestiti e sprechi vari ma i libri no, non posso proprio negarli.
Quindi acquisto Esco a fare due passi e, casualmente, mi ritrovo sul tram senza altro da leggere che quello.
Così lo comincio con un po’ di puzza sotto il naso, salticchio, leggicchio, annuso, inorridisco.
Accade così che finisci per leggerne un bel po’, perché siccome avresti molto da criticare, vai avanti per avere più sostanza sulla quale fondare la critica, così il gioco è leggere e inorridire, leggere e inorridire, e finisci per chiederti se non sia proprio quello il trucco: scrivere una cosa che o piaccia molto o che disturbi molto.
Purché se ne parli.
Volo scrive il suo diario ruffiano, si rimprovera ogni dieci pagine di essere un immaturo, ma mentre lo fa di fatto si celebra, di fatto compiange chi delle grane dell’età adulta si è invece caricato le spalle.
Finge il giochino del buono un po’ vittima delle donne, ma di fatto parla delle stesse in maniera feroce.
Infarcisce il racconto di masturbazione e sogni eroticofallocratici: non penserà mica di avere qualcosa da insegnarci? E allora che ne parliamo a fare, ancora, sempre delle stesse cose, buone quando avevamo 15 anni e che adesso ci hanno veramente annoiato? Ah già, lui forse parla proprio ai 15enni. Beh allora mi fa maggiormente arrabbiare.
Veramente! Ma chi si crede di essere per fare il santone del nulla?

lunedì 19 aprile 2010

intervalli fantozziani a brera

Come NON trascorrere un intervallo pranzo!!!
Sapere che è in corso la cosiddetta Settimana della Cultura e volere approfittare dell’ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera, poiché una misera ora a disposizione non vale la pena del normale biglietto di ingresso pari a 10 euro (evitare di ricordare che l’ingresso a National Gallery è gratuito).
Arrivare in Brera e scoprire che alla Settimana della Cultura va sottratto il lunedì, giorno di chiusura. Oggi, per l’appunto.
Pensare che in fondo c’è il sole e sono nel cuore di un quartierino trendy e quindi decidere per una breve passeggiata. Notare una gelateria chiccosa che propone un gelato “naturale” e pensare che tanto vale fare la chiccosa per una volta, per consolarsi del tempo perso.
Arrivata alla cassa scoprire che un gelato medio “due gusti” costa la bellezza di 3,50 euro: praticamente settemila lire per un cono gelato. Incapace di ribellarsi alla truffa ormai con la banconota in mano, ordinare il cono sentendosi una idiota, caduta nella trappola per cui ogniqualvolta esiste una cosa normale accessibile a tutti, qualcuno si inventa la versione “ecologica” oppure “griffata” oppure “puzzona” ottenendo di farti pagare il triplo: in questo periodo a Milano è la volta del gelato artigianale.
Dovendo scegliere fra una dozzina di gusti tradizionali nell’aspetto, ma con nomi pomposi, pensare che per rimediare agli errori fatti tanto vale buttarsi su una cosa strana per provare un po’ di brivido d’avventura. Scegliere così una cosa biancastra che si chiama “caramello al burro salato”.
Osservare esterrefatta il formarsi di una coda insensata di clienti, poiché la ragazza addetta al banco impiega dieci volte il tempo necessario in quanto bagna di continuo la paletta e raccoglie forme di gelato simili a petali di rosa, componendo sul cono una specie di fiorellone: chiedersi perché la gente stia lì mansueta in fila, avendo strapagato per farlo e sapere contemporaneamente che lo sto facendo anche io.
Ottenuto il cono fra le mani scoprire alla prima leccata che il gusto è orribile, è come mangiare cucchiaiate di burro direttamente dal panetto del frigo di casa; non sapere se sia meglio che si tratti solo di un effetto gusto ottenuto con una essenza (quindi accettare l’idea di una ulteriore truffa) o se sia meglio che abbiano impiegato davvero del burro e quindi essere consapevoli della terribile botta di calorie grasse e foriere di brufoli che si sta ingerendo.
Per non sprecare i 3 euro e 50 mangiare tutto il gelato fino in fondo.
Avvertire per tutto il pomeriggio un senso di disgusto burroso e un discreto mal di stomaco.